Live report

#LiveReport: God is an Astronaut a Villa Ada

Non è tanto il discorso sui volumi, sul pulito/distorto, sulla melodia cantata attraverso le note dell’elettrica, sulla patina malinconica che da sempre rende unici i God is an Astronaut. Quello che ho visto ieri sera è stato un libro di storia, quel ricordo che dà un senso a questo presente e racconta, a chi non c’era, da dove viene parecchia della musica di oggi. Spesso dispersa, ignorata, affondata nelle maglie del pop da radio. E allora per questo ci vogliono i live. E i live dei GIAA, oggi, fanno presente a tutti che tra suonare e comporre c’è una certa differenza.

Aperto dagli ottimi Sadside Project di Gianluca Danaro (voce, chitarre) e Domenico Migliaccio (batteria), lo show di ieri sera a Villa Ada ha raccolto tante persone intorno al laghetto, di ogni età, che si sono godute un’ora e mezza di concerto potente e granitico, regalando mazzate metalliche imperiose e viaggi ipnotici post rock di vecchia scuola irlandese, che Torsten Kinsella e soci sono in grado di tessere come pochi altri al mondo.

Ascoltando i God is an Astronaut tornano in mente i discepoli che, negli anni, hanno seguito il solco dei maestri (dai Maybeshewill a If These Trees Could Talk) e quelli che invece sono stati importanti per lo sviluppo del loro suono, come Tangerine Dream e Tortoise.

La formula la conosciamo, eppure funziona sempre: partenza lenta, rincorsa a metà strada ed esplosione di volumi finale con chitarre pesantissime, basso rovente e batteria a frantumare il palco. Niente di nuovo. Eppure ti accendi una sigaretta e guardi compiaciuto il tuo vicino, che a sua volta sorseggia soddisfatto il suo vino bianco.

Piccole chicche nella notte di Villa Ada: i God is an Astronaut di Torsten Kinsella (voce, chitarra), Niels Kinsella (basso), Lloyd Hanney (batteria) e Robert Murphy (chitarra, synth, tastiere) suonano molti dei pezzi degli ultimi dischi ma poi donano al pubblico anche le splendide perle di “All is violent, all is bright” (Revive Records), loro secondo album del 2005.

Arriva la title track, di intatta bellezza malgrado i 12 anni sul groppone; la stupenda “Forever lost” con quell’intro struggente di pianoforte e l’arpeggio elettrico a vestire l’ingresso della batteria per un viaggio che sfocia nell’immancabile esplosione distorta finale; e poi “Fragile“, ancora più lenta ed evocativa, ancora più riverberata, con i piedi ben piantati nel sound dei Sigur Rós.

Un concerto ruvido e sognante tra synth, e-bow, chitarroni gonfi che all’improvviso si trasformano in carezze e fraseggi di piano a prendere il posto dei versi di un poeta. Per chi si è perso i God is an Astronaut ieri a Villa Ada – Roma incontra il mondo può trovarli stasera all’Eremo Club di Molfetta (BA), oppure può collegarsi a www.godisanastronaut.com e riprendere il volo.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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