Recensione

“Solo una stella morta” oppure soli come una stella morta?

Un monologo duro, a tratti fastidioso nell’ironica forma di cantilena proposta, portatrice di verità scomode. “Solo una stella morta presentato all’interno della rassegna #Inventaria2017-VII edizione ci ricorda che sottovalutare è l’errore più comune al quale ci abbia abituati la modernità.

Difficile proporre una lettura critica del monologo presentato da Lavinia Carpentieri con la regia di Francesca Caprioli quasi sul finire della rassegna #Inventaria2017. “Solo una stella morta” è una denuncia sociale verso le identità addormentate sotto forma di dialogo trascendente a tratti onirico, a tratti neorealistico.

La trama non è importante se presa da sola. Il lavoro che svolge va ben oltre il testo proposto: lega fra di loro gli elementi drammaturgici consentendo una tensione emotiva che agita l’animo degli spettatori innescando il processo empatico in maniera forte e delineandone contorni ben definiti.

La gioia per un vita che nasce è in “Solo una stella morta”, l’altro lato di una medaglia lasciata in mano alla signora ipocrisia. Morte e vita danzano in asincrono durante un macabro balletto che non lascia spazio alla speranza. Un’esibizione volutamente ostentata che non vuole insegnare nulla ma semplicemente lasciarsi osservare affinché ciascuno tragga le proprie libere conclusioni.

“mia madre è morta per un’osservazione”

Una giovane donna sale sulla scena trascinando rumorosamente e fastidiosamente i piedi sul pavimento. Sembra che aspetti un bambino e dal racconto silenzioso dell’attesa si passa vorticosamente alla cronaca della nascita della protagonista stessa coincisa con la morte della propria mamma. Per colpa di un osso di pollo. Per colpa dell’ipocrisia che non lascia spazio alla speranza, dicevamo.

Le parole di Lavinia Carpentieri durante questo monologo liberamente ispirato a “Debris” di Dennis Kelly riempiono la sala teatro del Teatro Studio Uno senza incertezze. Sicuramente questa presenza scenica così sicura di sé aiuta lo spettatore nell’ascolto attivo di un testo non semplice da accettare.
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Non semplice perché apparentemente senza scampo. Senza prospettive. Scuote gli animi quasi ipnotizzandoli. Non è forse questo atto che compie la nostra società? Ci tiene stretti in un giogo che ci permette di guardare solo una parte dei nostri orizzonti, delle nostre possibilità. Mentre accettiamo quasi passivamente che qualcuno, forse il dio che ci ha creati, si prenda gioco dei vani tentativi di ribellione che talvolta menti illuminate portano avanti coraggiosamente.

Il supporto di video proiezioni semplici ma d’effetto arricchisce l’intera narrazione, creando le condizioni per una contestualizzazione senza la quale si rischierebbe di perdere il drammatico sarcasmo che la contraddistingue. “Solo una stella morta” è l’inizio e al tempo stesso la fine di ciò che noi stessi non siamo in grado di mantenere integra: la nostra identità. A noi la scelta se rimandare una luce artificiale o, per quanto faticosa possa essere la strada, una luminosità squisitamente naturale.

The Parallel Vision  _ Raffaella Ceres)
(Foto: © PHrancesco Guarnieri)

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