Teatro

“Il secondo figlio di Dio”, Cristicchi e la storia di Lazzaretti al Vittoria

Da piccolo i miei genitori mi portarono sul monte Amiata, quello dove c’è una enorme croce di ferro sulla cima. Ricordo che quel simbolo in mezzo a quello spazio gigantesco tutto intorno mi affascinò tanto e in effetti non l’ho più dimenticato. Ma non ne conoscevo la storia. Fino a giovedì scorso, quando Simone Cristicchi ha presentato “Il secondo figlio di Dio” al Teatro Vittoria.

David Lazzaretti ne è il protagonista, un uomo dimenticato da molti e da moltissimi altri mai conosciuto, che come ogni personaggio di rottura ha fatto molto discutere, ritenuto un santo, un mistico, un rivoluzionario dalla sua gente e un ciarlatano e un eretico dalla chiesa e dallo Stato.

il-secondo-figlio-di-dio-cristicchi-teatro-vittoria-6Chi era davvero Lazzaretti? Cristicchi cerca di ricostruire la sua formidabile vicenda umana, legata a doppio filo al suo territorio, quello di Arcidosso, un piccolo paese della provincia di Grosseto che si trova alle pendici del monte Amiata. La storia del predicatore toscano parte da lì, da una famiglia povera e numerosa (era il secondogenito di sei figli maschi) del 1834.

Lazzaretti faceva il barrocciaio come suo padre, ma al contrario dei suoi concittadini lui sapeva leggere grazie agli insegnamenti di Don Pistolozzi. Il testo di Cristicchi e di Manfredi Rutelli dipinge un uomo dedito al bene, caritatevole e con una visione della realtà estremamente lucida.

Intorno al 1848, David comincia a soffrire di forti febbri e di visioni, che lo portano a compiere un personalissimo percorso spirituale. Vede un vecchio frate (che si rivelerà essere San Pietro) che gli comanda di andare a parlare con il Papa a Roma, aggiungendo che “la vostra vita è un mistero che presto vi sarà rivelato“. Poi incontra la Madonna avvolta da un manto nero, che gli comunica la stessa cosa.

Lazzaretti, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, grazie all’aiuto di Don Pistolozzi riesce ad incontrare Pio IX, ma la sua missione davanti al Pontefice non ha successo. Decide comunque di ritirarsi presso l’eremo di Sant’Angelo, vicino Montorio Romano. Per 47 giorni rimane chiuso nella grotta, maturando quello che diverrà poi il simbolo del suo credo, ovvero due lettere “C” rovesciate e attaccate ad una croce, annuncio della sua missione di Cristo “in seconda venuta”.

il-secondo-figlio-di-dio-cristicchi-teatro-vittoria-7Quello che predica Lazzaretti è a dir poco sconvolgente, nella sua normalità. Una società fondata su uguaglianza e istruzione, i germi di un socialismo che si lega al Vangelo delle origini, un’idea di convivenza basata sulla cooperazione e sulla solidarietà, creando una collettività in cui etica e giustizia sono i principi cardine.

Il Cristo dell’Amiata comincia allora a raccogliere intorno a sé decine, centinaia e poi migliaia di fedeli. La fama della “Società delle Famiglie Cristiane” arriva addirittura oltre i confini nazionali, in Francia. Troppa, per non essere notata dalla chiesa.

il-secondo-figlio-di-dio-cristicchi-teatro-vittoria-5I cattolici si sentono minacciati dalle parole di quello che considerano un profano e un sovversivo del verbo di Cristo: troppo progressista, troppo carismatico. Pericoloso, insomma. E quando qualcuno come Lazzaretti alza troppo la testa contro il potere, la risposta non si lascia attendere.

Il secondo figlio di Dio” ha in Cristicchi un attore discreto e un autore di buon livello. Non esattamente un animale da palco, il musicista romano risulta abile e incisivo nel tessere la storia umana e spirituale del visionario di Arcidosso, della sua comunità fondata sul monte Labbro, della speranza infusa a migliaia di persone e della paura trasmessa a governanti e alti prelati.

il-secondo-figlio-di-dio-cristicchi-teatro-vittoria-2Lo spettacolo del Vittoria è davvero un’occasione affascinante per scoprire “Una storia che se non te la raccontano, non la sai“, per ricordare una delle figure più discusse e allo stesso tempo dimenticate dell’800 italiano. E anche per sapere che sul monte Labbro e sul monte Amiata ci sono due croci diverse, una più piccola piantata da Lazzaretti e una enorme messa lì da Papa Leone XIII agli inizi del 1900 per celebrare la redenzione sulle montagne italiane. Perché “non sono tutte uguali le croci dei figlioli di Dio“.

The Parallel Vision ⚭ _ Redazione)

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