Fotografia

Fuori dai campi di sterminio nazisti: “Sopravvissuti” in mostra a Trastevere

Venerdì 27 gennaio sarà la Giornata della Memoria 2017, in ricordo delle vittime dell’Olocausto. E sarà anche l’ultimo giorno per poter visitare “Sopravvissuti“, la bellissima e allo stesso tempo scioccante mostra fotografica ospitata dalla Casa della Memoria e della Storia, dove vengono raccolti 40 scatti effettuati da Simone Gosso ad alcune delle persone scampate al delirio nazista.

La mostra, inaugurata il 10 gennaio, presenta fotografie scattate in occasione del XII congresso dell’Aned, l’Associasione Nazionale Ex Deportati, dei sopravvissuti incontrati da Gosso tra il 1998 e il 2003.

L’impatto con la mostra è duro e poetico, commovente e di grandissima importanza storica e documentaristica. 40 pannelli poggiati su altrettanti leggii che ritraggono volti e raccontano storie attraverso brevi ma intense didascalie.

Le descrizioni fatte da queste persone, molte delle quali, a distanza di una decina di anni dalla realizzazione di questi ritratti, non ci sono più, resta nella memoria anche più dei loro sguardi dolorosi ma fieri. Come il foulard che portano intorno al collo.

Il nostro lavoro durava 12 ore al giorno“, racconta Mario Limentani. “Bisognava andare giù, mettersi sulle spalle un masso di granito, che pesava minimo 25 chili, poi si doveva percorrere la scalinata. […] Prendere il masso, mettertelo in spalla e aspettare che si componesse la fila. […] Lì morivano tutti i giorni 200-250 persone“.

Dicevamo: ‘Tra qualche giorno tocca a me’. […] I miei fratelli erano piccoli, avevano fame e gridavano. […] Poi c’era una sorella più grande, che era sposata e che ha preso con sé in braccio un figlio della cognata… Tre anni aveva il più piccolo, e sono andati con mia mamma e loro li hanno annientati tutti la prima sera…“, ricorda Matilde Mustachi.

Albino Moret dice di come “in galleria ne morivano 200, 300, 400 per notte. Finito il lavoro si caricavano i carretti – chi toccava toccava eh! – e si portavano nei forni crematori. E poi, verso la fine, c’è stato un periodo che avevano fatto fare delle buche lunghe e buttavano morti e calce, morti e calce, perché coi forni non riuscivano più a farli sparire“.

Marta Ascoli descrive come “durante la notte si sentivano urla e lamenti, ma tutto veniva attutito dai latrati dei cani e dalla musica a tutto volume che si sprigionava dagli altoparlanti“. Silvia Belleli, assieme alle altre compagne, si dava “pizzicotti sulle guance per diventare rosse” perché “quelli più magri, pallidi, li portavano via, al crematorio“. Delle condizioni di lavoro, invece, ne parla Nedo Necioni: “Ogni mestiere si doveva fare e per insegnarcelo ci picchiavano. A forza di botte si imparava… Lì erano nerbate: era un tubo di gomma ripieno di fili di piombo e incideva dentro…“.

Ma nonostante tutto “per sopravvivere contava il fare qualche cosa. Il fare qualche cosa che ti tenesse… Uomo, ecco, ti tenesse persona. Perché erano tante le cose che facevano perché tu non lo facessi. […] E per fare qualche cosa che fosse anche contro di loro, che fosse soprattutto contro di loro“. Quello che manteneva uomo Ferruccio Maruffi.

Questa è solo una manciata dei racconti che troverete al primo piano della Casa della Memoria e della Storia (Via San Francesco di Sales 5). La mostra è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 20 e l’ingresso è libero. Un appuntamento assolutamente da non perdere.

The Parallel Vision ⚭ _ Redazione)

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