Cultura

#Intervista: “Progetto Domino” al Teatro India, parlano Capraro e Di Lelio

In occasione della seconda edizione di “Progetto Domino 2016” in scena il prossimo 12 e 13 dicembre al Teatro India a Roma abbiamo intervistato i giovani registi Manuel Capraro e Irene Di Lelio che divideranno in due, proprio come una tessera del gioco domino, il palcoscenico con i rispettivi spettacoli “Fabrizio” (ne è autore lo stesso Capraro) e “Il Rinoceronte“, capolavoro dell’assurdo a firma Eugène Ionesco.

I protagonisti delle due opere, interpretati da Antonello Azzarone per “Fabrizio” e da Gabriele Abis, Antonello Azzarone, Giulia Carpaneto, Luca Mazzamurro e Lorenzo Tolusso per “Il rinoceronte“, allo stesso modo dei giocatori del domino procedono lungo un percorso a serpente, dominato da un ego quasi divino e imbattibile, anello di congiunzione tra tutti i ruoli interpretati.

Si tratta, infatti, di due opere teatrali dal carattere fortemente introspettivo, nonostante la diversità di genere, e si sa, quando in letteratura si ha a che fare con l’introspezione, ogni concetto espresso sembra più difficile di quello che è realmente.

L’autore scappa a gambe levate quando sente bussare il desiderio di autoanalisi, lo fa perché è materia snob, spesso sottostimata dal pubblico, molto di rado presa d’esempio da maestri di scrittura. Per svariati motivi, uno fra tutti è che chi riceve testi di questo genere viene messo di fronte alle mostruose creature che vivono dentro di sé e che, se non riusciamo a far parlare nel modo più ironico e autocritico possibile, risultano terroristi kamikaze scagliati contro il mondo e contro di noi.

Astratta resta la trama e poco chiaro il messaggio. È per questo che molti ignorano certe espressioni artistiche, per non vedersi, per non vedere il nostro “Io” così nudo, sebbene dinamitardo, e, spogliato delle maschere migliori, in preda al delirio più assoluto.

La paura di riconoscersi, in quel delirio, potrebbe risultare un tantino antipatica senza l’adeguata strumentazione di difesa. Ma in questo caso, con “Domino“, i due registi ci offrono l’armamentario più forte. Provare per credere, sembrano dirci, e chi meglio delle due menti creatrici di questo importante progetto artistico può spiegarcelo?
Parola a loro.

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Il “Progetto Domino”, alla sua seconda fortunata edizione, mira ad una profonda riflessione su chi è e cosa rappresenta il nostro “Io” sul palcoscenico più importante chiamato vita. A parte cambiare vesti e maschere, all’occorrenza, cosa può fare ogni singolo protagonista per riscattare e riscattarsi dal sé ormai padrone indiscusso di ogni pensiero e azione?
Irene Di Lelio: Agire. Questi due personaggi sono agganciati a terra e non trovano via d’uscita dalla società che cerca di anestetizzare le loro coscienze. Tentano di cercare un modo per sganciarsi non da loro stessi ma dalla tirannia delle relazioni ormai logorate che li circondano. Si riscattano facendo una scelta, per entrambi differente. Fabrizio è sospeso a un filo tra follia e ricordi, vita e morte. Bèrenger lotta, impugna la carabina e sceglie di rimanere l’ultimo uomo sulla terra. Questa è la chiave delle loro vite sospese: la scelta.

Perché una giovane e talentuosa regista sceglie un testo scritto, diretto e parlato per la quasi totalità da uomini? È un modo per prendersi gioco di loro? O per dimostrare che l’ego ha sempre una radice uterina?
Irene Di Lelio: La drammaturgia di Ionesco ti trascina in una percezione assurda degli esseri umani. La lente di ingrandimento che questo grande drammaturgo dà, permette di studiare il paradosso del comportamento umano, sia esso maschile che femminile. La scelta del testo, più che dai personaggi maschili, è dettata dalla visione assolutamente contemporanea che questo autore ha degli individui e delle relazioni di coppia, spesso in bilico tra la capacità di essere o non essere coraggiosi rispetto a bombardamenti, metamorfosi collettive, fine dell’universo…

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“Fabrizio”

Cosa è per un regista, autore e poi anche protagonista (per l’uno quindi che diventa trino) l’Io?
Manuel Capraro: Essere sia regista che autore di “Fabrizio” non è stato facile all’inizio. È stato un processo di creazione e di ricerca che si è sviluppato nell’arco di un anno e in cui sia lo spettacolo che il testo hanno subìto molte modifiche. All’inizio di ottobre “Fabrizio” è stato in scena al Teatro Biondo di Palermo, a distanza di un paio di mesi in questo debutto al Teatro India sarà uno spettacolo completamente diverso. Di questo devo ringraziare diverse persone, ma soprattutto l’attore che interpreta il protagonista: Antonello Azzarone.

Nella tua lunga seppur giovane esperienza hai diretto opere importanti sia nel ruolo di regista e ora di autore, uscendo da una Accademia tra le più importanti al mondo. Quali e quanti bocconi amari hai dovuto ingoiare prima di raggiungere questi importanti traguardi? Potresti raccontarci il momento in cui (perché se è vero che si è artisti, è altrettanto vero che il pentimento di esserlo è fisiologico) ti è capitato, dicevo, di dire: “Basta, la faccio finita con l’arte”?
Manuel Capraro: Il nostro è un lavoro estremamente precario, e per i giovani è una vera e propria giungla. Non bisogna mai perdersi d’animo, ascoltando sempre tutti, ma facendo sempre di testa propria. L’urgenza e la necessità di quello che vogliamo comunicare è l’unico modo per andare avanti. Credo che dobbiamo non solo inventarci un futuro diverso, ma che dobbiamo crearlo noi, lavorando insieme a chiunque creda nello scambio artistico e umano. Per questo è nato “Progetto Domino“, da questa necessità di non guardare solo nel proprio orticello. Nell’arco di tre edizioni abbiamo avuto tantissime collaborazioni artistiche, tra attori, registi, videomakers, fotografi etc. Questa è la forza del progetto. Un grande uomo di teatro diceva che se vogliamo un nuovo teatro dobbiamo cercare un nuovo pubblico. È il nostro principale obiettivo: un teatro che vada sempre di più verso le persone e che si chiuda sempre meno dietro i suoi sipari color porpora. Per rispondere alla seconda parte della domanda, no, non ho mai pensato di smettere, e anche se ho dovuto già ingoiare molti bocconi amari, non sono mai sceso a compromessi, questa è la mia idea di teatro ed è questa idea che mi ha sempre spinto in avanti.

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“Rinoceronte”

Cosa rappresenta il palcoscenico per un regista di teatro? Gli odori, e poi?
Irene Di Lelio: Senti le anime dei Maestri che ci sono saliti.

Raccontiamoci la solita manfrina che affiora a tarda serata nei salotti intellettuali: è un’Italia ormai inginocchiata all’ignoranza, poco si fa per la cultura, pochissimo si fa per l’arte. Ogni espressione artistica, soprattutto nella fase embrionale di una carriera, sembra subire una dannazione particolare, come fosse macchiata da un maledetto peccato originale. Pare ci sia una caccia alle streghe oggigiorno. Lo dimostra il fatto che fare il regista non è considerato un lavoro vero e proprio e che il lavoro intellettuale (ancor più artistico) è visto per lo più come un vezzo, un vizio, quasi un tic: una malattia insomma. Supponendo sia così, cosa ti senti di suggerire ad un giovane allievo di teatro?
Manuel Capraro: Purtroppo che in Italia poco si fa per l’arte e per la cultura e che ancor meno si fa per i giovani professionisti di questo mestiere è vero. Credo che in gran parte il problema che il nostro non sia considerato un “lavoro” sia colpa nostra. Si conoscono troppo i privilegi e gli onori dei più famosi attori, registi e lavoratori del cinema, della televisione e del teatro che ovviamente questo fa credere che sia un mestiere facile o che, appunto, questo non sia un mestiere. Diverso, molto diverso, è il lavoro di noi compagnie indipendenti in cui il lavoro tra organizzazione, burocrazia e vere e proprie prove occupa le nostre giornate e le nostre nottate. Credo che dovremmo prima di tutto capire noi la grande responsabilità che abbiamo nel fare questo mestiere. E sì forse non è un mestiere, è una vocazione. La cosa che mi sento di consigliare a un giovane che voglia intraprendere questa strada è di lasciar perdere se il suo obiettivo è di diventare “qualcuno” o “ricco e famoso”, gli applausi non significano nulla. Bisogna dimenticarseli e assumersi la responsabilità di firmare una regia, di recitare su un palco…

L’arte, da che si ricordi, è ego in formaldeide di esecutori che hanno voluto impressionare i pubblici del mondo, alle volte riuscendoci, ma spesso è rimasto incompreso il lavoro di grandi autori, di grandi protagonisti. La scrittura teatrale resta un’espressione apprezzata da una contenuta élite. Ritenete che questo sia un bene o un male? Giudicate che il teatro abbia demonizzato in maniera estrema e autolesiva il carattere burlesco e “commerciale” che aveva in origine?
Manuel Capraro: Assolutamente sì. Con questo non intendo dire che il teatro debba essere commerciale. Intendo che c’è un concetto distorto di “commerciale”, se per “commerciale” intendiamo comprensibile e fruibile da tutti; credo che, sì, allora il teatro abbia un po’ demonizzato questa funzione. Non dimentichiamoci che nell’antica Grecia il pubblico assisteva per giorni alle tragedie greche. Non dico che dobbiamo tornare a questo, ma senza dubbio ci siamo arrovellati su noi stessi, creando un pubblico strettamente del settore. Io non credo in questo. Come ho già detto, credo che dobbiamo cercare un nuovo pubblico, prendendoci la responsabilità, appunto, di creare qualcosa che non abbandoni la natura del teatro di ricerca, d’innovazione, e che sia un’operazione diretta e chiara per tutti, anche a coloro che non sono abituati ad andare a teatro.
Irene Di Lelio: A mio avviso è un falso mito ritenere che il teatro sia per élite, è sufficiente guardare “Arlecchino servitore di due padroni” diretto da Strehler che continua a vivere dopo 70 anni e riempire le platee o gli spettacoli di Eugenio Barba che parlano lingue diverse e vanno in tournée in tutto il mondo.

Cosa direbbe ad un potenziale spettatore (al nostro lettore, ad esempio) per convincerlo ad acquistare un biglietto per la visione di Domino2016?
Irene Di Lelio: Il problema del dominio è un tema che tocca tutti molto da vicino, perché lo esercitiamo, lo comprimiamo o ne siamo vittime. Questi spettacoli possono rappresentare uno specchio in cui riconoscere quello che viviamo, agiamo e subiamo.

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Hai solcato i palchi da Nord a Sud. Da Milano a Palermo, cosa insegnano ad un autore le nostre cangianti Italie?

Manuel Capraro: Questa per me è la risposta più difficile da dare. Non credo che ci siano delle “Italie”, credo che in realtà la televisione stia perdendo terreno e che ci sia l’urgenza di qualcosa di nuovo e che questo qualcosa arrivi dal teatro. Dobbiamo cercare sempre di più di unire non solo il cosiddetto nord e sud, ma di essere messaggeri di un ascolto totale e aperto. In un mondo che cerca di chiudersi abbiamo il compito di riaprirlo, verso un futuro che sia migliore per tutti.

Cosa in cantiere?
Manuel Capraro: Promuovere e diffondere il più possibile il “Progetto Domino“. Abbiamo appena concluso un seminario su questo nostro progetto all’Università La Sapienza di Roma nel dipartimento di storia dell’arte e dello spettacolo, e questa bellissima esperienza ci ha convinto sempre di più ad approfondire ed esplorare altre forme di comunicazione che possano accostarsi al teatro e che possano far crescere il progetto.
Irene Di Lelio: Promozione e diffusione di questo Progetto a cui vorremmo dare la possibilità di vivere ed esprimersi attraverso diversi linguaggi.

(elma)

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