Cultura

#Intervista: “Translate”, Rossana Abritta e Vincenzo Zaccardi a 99 Arts

Si terrà oggi e domani l’ultimo appuntamento con 99 Arts, il grande festival multidisciplinare di Roma di cui vi ho parlato qualche tempo fa e che adesso, dopo gli eventi del 15-17 e 23-24 settembre, approda al Centro Culturale Elsa Morante per il gran finale, che vedrà la partecipazione di tutti gli artisti coinvolti nel progetto. Due di loro mi hanno particolarmente colpito. Si chiamano Rossana Abritta e Vincenzo Zaccardi, in arte ViRo Performer-s, un duo di danza contemporanea arrivato a 99 Arts grazie alla Call for Artist con “Translate“, uno cortometraggio incredibile e suggestivo in cui il corpo, per dirla con Valéry e la sua “Filosofia della Danza“, “come per effetto di uno choc interno entra in una sorta di vita allo stesso tempo stranamente instabile e stranamente regolata“. Rossana e Vincenzo regalano un’esibizione dal forte impatto onirico, sembrano fluttuare in modo “stranamente spontaneo ma stranamente complesso e certamente elaborato“, tornando a Valéry, donando al pubblico una sensazione di “disturbo” e di fascino al tempo stesso. Avrete modo di apprezzarli domani, quando torneranno sul palco di 99 Arts proponendo un estratto dal corto, proprio come hanno fatto lo scorso 15 settembre al Circolo degli Illuminati. Nel frattempo, ecco l’intervista ai due artisti.

Ragazzi, partiamo dal nome dello spettacolo. Perché “Translate” e da dove nasce l’idea?
R: Il progetto è nato dal titolo. Ho avuto una visione, una sera: una vecchia macchina da scrivere e i suoi tasti che si muovevano da soli. Sul foglio è apparso questo titolo. L’idea, poi, è cresciuta pian piano parlandone anche con Vincenzo. All’inizio era impossibile realizzare uno spettacolo con dei danzatori, per come lo avevo immaginato. Quindi abbiamo pensato di sfruttare la soluzione del cortometraggio attraverso un approccio più poliedrico: si tratta infatti di “danza nella danza”, come se fosse una creazione dentro tante altre creazioni. Quindi ho iniziato a creare “per immagini”, scontrandomi con quelle che sono le dinamiche di esecuzione. Un conto infatti è lavorare per una performance live e un altro è utilizzare strumenti multimediali che hanno un’efficienza differente.

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(Foto: Fabio Caputo)

Nella presentazione del progetto hai scritto che “l’idea della non-comunicazione è un’alterazione del linguaggio, non una mancanza”. Mi spieghi meglio cosa volevi dire?
R: Mi sono avvicinata di più al concetto di “desease”, che in inglese vuol dire “malattia” ma si può intendere anche come “disagio”, l’interferenza che in questo caso ingloba tutti, nella nostra quotidianità. Da quando abbiamo cominciato a mettere le fondamenta a questa casa ho iniziato a osservare i vagoni della metropolitana. Si sono verificati due eventi, in particolare. Una volta leggevo un libro di Tiziano Terzani, ho alzato gli occhi e ho visto che tutti erano con la testa in giù. Questa “Sindrome della testa all’ingiù” l’abbiamo affrontata nella seconda scena del corto. La seconda, invece, ero con Vincenzo a Termini e c’era una signora con il tablet incollato alla faccia che mi ha spinto. Io stavo cadendo tra la banchina e il vagone e lei non se n’è assolutamente resa conto. Quindi ho parlato di “alterazione” perché fondamentalmente la comunicazione avviene di per sé, è una peculiarità intrinseca dell’individuo. Non sempre è necessario un codice per poter comunicare.

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In un altro passaggio dici anche di sperare che l’uomo torni alla sua “vera necessità”. Intendi quindi il linguaggio verbale come una cosa non necessaria?
R: Credo che ci siano delle necessità che si possono concretizzare senza la parola. Il ritorno verso sé stessi avviene solo se ci si scontra col disagio. Quando te ne rendi conto, allora puoi agire per farlo. Ho pensato che l’arte, la creazione attraverso, in questo caso, la danza contemporanea potesse essere uno dei modi per lasciare che l’Altro si avvicini a questa ricerca.

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(Foto: Alessandro Colazzo)

Tornando alla parola “Translate”, com’è stato tradotto il passaggio dal video allo spettacolo dal vivo? E come mai avete scelto proprio quella parte?
V: Riuscire a sintetizzare, a livello performativo, il nostro prodotto richiedeva uno sforzo, anche in termini economici. Quindi abbiamo investito sui nostri corpi, la scelta è stata dovuta, tra le altre cose, a un fattore di necessità.
R: Presentarlo nella sua interezza implicava la presenza anche degli altri 4 danzatori. Quello che abbiamo portato sul palco è una sintesi della prima e della seconda scena.

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(Foto: Fabio Caputo)

Guardando il vostro spettacolo mi è venuto in mente il modo di comunicare degli animali e dei bambini, che appunto non hanno necessità di usare un linguaggio di tipo verbale. Nella scrittura del vostro testo siete stati ispirati anche da questo?
R: Sarò schietta, bambini e animali non li ho tenuti in considerazione, ma mi sono fatta assorbire dal contesto e dalle nostre necessità. Non avevamo spazio, fondi, macchinari appropriati per le riprese. Eravamo zingari che vagavano carichi di scatoloni. Però il ritornare verso sé implica anche recuperare le sensazioni che fanno parte della prima fase della nostra vita. Tecnicamente c’è stata una situazione analoga: il materiale della prima scena, infatti, non l’ho concepito in una situazione di lucidità. Ero in un locale qui a Roma durante una serata organizzata da un amico, avevo il titolo dello spettacolo che mi frullava nella testa, c’erano un dj e tanto spazio intorno. Così mi sono detta “sperimentiamo”. Tutto quello che voi vedete sulle sedie, durante la performance, l’ho creato sul perimetro di quel posto.

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(Foto: Vincenzo Zaccardi)

Vincenzo, ho letto che tu hai compiuto studi sulla mente e sulle immagini mentali. Come ti hanno aiutato nella messa in scena del testo?
V: Il mio percorso, per quanto riguarda l’audiovisivo, è partito dallo studio scientifico sullo stress e su come questo influisca a livello biochimico sull’individuo. Nel momento in cui ho iniziato questi studi, mi si sono attivate in automatico delle immagini mentali, proprio a livello creativo. Questa cosa mi ha sconvolto e mi ha portato poi a studiare come esse possano interagire con le sensazioni e le interazioni col mondo esterno. Ho iniziato il mio studio cinematografico grazie allo studio anatomico, quindi. E anche in questo modo sono riuscito a tradurre le immagini mentali di Rossana, rispetto al progetto di “Translate”. Qualsiasi cosa che ho creato di mio è partita così.

Nella comunicazione di oggi, soprattutto quella sui social, c’è sempre il rischio di fraintendersi proprio perché manca la comunicazione non verbale. Un messaggio completamente positivo può arrivare quindi come completamente negativo.
V: Lì servirebbe un’attenzione in più rispetto al mezzo che stai utilizzando.
R: Tecnicamente si chiama “significazione inversa”, che si verifica quando dalla parte del ricevente c’è scarsa consapevolezza del codice di trasmissione, oppure poca chiarezza da parte dell’emittente di inviare il messaggio. Dove le parole non possono e non vogliono, subentra la necessità. Lì è la chiave.

Quando riproporrete “Translate”?
Il 24 settembre è stato proiettato il cortometraggio alla TAG di Trastevere, una cosa non prevista ma che hanno voluto gli organizzatori di 99 Arts. Invece domani, 30 settembre, replicheremo la performance al Centro Culturale Elsa Morante, durante la serata conclusiva del festival.

Info:
Pagina Facebook Ufficiale di ViRo Performer-s
Pagina Facebook Ufficiale di 99 Arts

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