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#Intervista: Carol Lauro, una vita tra musica e spettacolo nel segno di Dalida

Dalida ha venduto più di 170 milioni di dischi in tutto il mondo. Ha vinto tantissimi premi, cantato pezzi memorabili, calcato i più grandi palcoscenici. Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’80 ha raccolto un successo enorme. Poi ha scelto di ucciderci nel 1987, a 54 anni. Ed è stata presto dimenticata, nonostante la tormentata storia d’amore con Luigi Tenco e il suo suicidio del ’67, che la segnò per sempre. Oggi, però, Dalida rivive grazie a Carol Lauro, una giovane interprete napoletana che ha da poco pubblicato il suo primo disco, intitolato semplicemente “Carol canta Dalida” e uscito per One More Lab – sezione Theatre. L’ho incontrata qualche tempo fa a Roma e ho scoperto un’artista carismatica, sincera e appassionata all’arte che propone al suo pubblico, che sia esso di un teatro o di una sala da concerto. Ascoltiamola.

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Carol, iniziamo dal disco. Intanto ti chiedo perché hai scelto un’artista come Dalida: è stata l’illuminazione del momento oppure un percorso che poi ti ha portata a dire “voglio esordire con lei”?
È stato un percorso, per dare una risposta netta alla domanda. Ho scoperto Dalida tra il 2006 e il 2007, senza però averla amata da subito. L’ho prima esplorata piano piano e poi vissuta sempre di più, fino a sentirmi legata a lei, purtroppo o per fortuna. Rapportandola a me, infine, ho iniziato a cantarla. Mese dopo mese scoprivo sempre nuove canzoni e nuovi video su di lei, ho frequentato il fan club di Lione, che però si riunisce a Parigi, dove ho potuto vedere la sua tomba e la sua casa. Sono state emozioni fortissime. Lì ho sentito crearsi quel legame di cui ti parlavo prima, perché per me Dalida rappresenta la femminilità, l’eleganza, la classe, la voce intesa come quella di un’artista e di un’interprete. Cioè quello che sto cercando in tutti i modi di essere ed è, dopotutto, come mi sento davvero. Sarà presuntuoso, ma non me ne frega niente!

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Non hai paura del confronto con lei?
Certo che ho paura! Ma è giusto che un confronto ci sia, tanto più perché è relativo: io sono Carol Lauro che ha scelto di interpretare alcune canzoni di Dalida e di rapportarle al proprio corpo, più che alla propria voce. E quindi sono contenta di questa cosa.

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E alla fine di questo percorso com’è stata poi la realizzazione concreta dell’album?
Tra i tanti lavori che faccio, mi è capitato di incontrare una persona speciale come Pamela Pagano, che ha creduto in me per questo progetto e abbiamo cominciato a pensare al disco “Carol canta Dalida”. Anche il titolo dell’album è presuntuoso! Chi è Carol? Nessuno lo sa, non sono un nome popolare né tantomeno. Però è un bel nome! Per cui mi sono messa in gioco complètement.

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Come sono state scelte le canzoni da inserire?
Nel disco canto sei pezzi, di cui uno si ripete perché viene presentato in una doppia versione: singola e in duetto. Parliamo di “Lontano Lontano” di Luigi Tenco. Ho scelto io di proporla in due vesti diverse proprio per richiamare questo rapporto maledetto tra due persone che si amano, più che tra lui e Dalida. Questa canzone, poi, è stata cantata solo in francese da lei, mentre io l’ho voluta fare in italiano perché mi sembrava doveroso. Il duetto invece è assieme a Christian Moschettino, un mio carissimo amico e collega. Una cosa che ci tengo a dire è che durante la registrazione delle canzoni ho cercato in tutti i modi di non imitare Dalida, ma di coglierne qualcosa, rapportarlo al mio corpo ed esprimerlo attraverso la voce.

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Prima hai sottolineato di sentirti legata a Dalida. Che idea ti sei fatta, di lei? Che persona era?
Credo fosse una donna semplicissima, con un cuore enorme, una bontà e una generosità incredibili. Una persona normale, ecco. Nei documentari che ci sono su di lei si vede spesso come lei amasse organizzare la domenica a casa sua i pranzi per gli amici e la famiglia. Le piaceva proprio avere tutti attorno a sé per mangiare e per giocare a carte. Una donna con una grande anima, ecco. Perché solo una donna con un’anima del genere poteva cantare quelle canzoni.

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Come mai, allora, quando ha deciso di uccidersi, Dalida ha lasciato un biglietto con su scritto “la vita mi è insopportabile”?
Ognuno di noi ha tante cose irrisolte. Anche lei, quindi. Non è semplice da dire, mi sentirei davvero presuntuosa adesso a cercare il perché Dalida abbia fatto una cosa del genere. La verità la conoscono soltanto le persone che erano veramente vicine a lei in quel momento. Ho tante idee, ma non mi permetto di dire nulla.

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Che tipo di interprete era Dalida e che tipo di interprete sei tu, invece?
Sicuramente lei era legata alla sua sensibilità, in tutto. Aggressiva e dolce allo stesso tempo. Io cerco di essere un’interprete legata a me stessa, sensibile, cattiva, pesante, leggera, superficiale, profonda. Tutte queste cose insieme. Anche questo è un percorso difficile e non vedo l’ora di essere criticata da tutti! Non per forza nel senso negativo del termine, ma in maniera giusta, equa e neutra. Poi magari fra tre anni, riascoltando questo disco, dirò che certe cose avrei potuto farle diversamente. Ma insomma, è normale che sia così perché poi un’interprete cresce e nelle canzoni che canta, almeno per quanto mi riguarda, c’è sempre la vita che emerge. Ed è giusto che si senta!

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Per quanto riguarda le canzoni, avete usato arrangiamenti particolari? E in che modo è stata “usata” la tua voce?
I pezzi sono stati riarrangiati, com’è giusto che sia. Gli arrangiamenti sono stati fatti su di me e su di loro e anche quello è stato un percorso che è andato di pari passo. Capitava che io ricevessi l’arrangiamento di una canzone, magari non mi piaceva oppure non me ne piaceva una parte. E allora ci si veniva incontro affinché io ci potessi “entrare” come interprete e la musica potesse prendere forma e vita in maniera forte. I brani mantengono un sound un po’ vintage, come volevo che fosse, con qualche tocco di modernità. Anche se probabilmente non relativa al 2016! Ma va bene così.

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Scorrendo il tuo Curriculum si legge: Diploma di Danza Classica, Stage di Recitazione e Modern Jazz, Diploma all’Accademia d’Arte Drammatica, Tip Tap, Stage di Musical, Corso di Doppiaggio, Istruttrice di Fitness, Laurea in Lingue e Letterature Straniere e molto altro ancora. È giusto allora credere ancora che “il lavoro paga”?
Io ci voglio credere. Ci devo credere! Tanto poi le “cattive notizie”, le cosiddette porte in faccia ti arrivano comunque. E allora perché non sognare e crederci!

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