Fino al 28 febbraio, il Teatro India di Roma ospiterà “I Furiosi“, uno spinoso testo di Nanni Balestrini del 1994 portato in scena con l’adattamento di Federico Flamminio e la regia di Fabrizio Parenti. Una sorta di poema in prosa che racconta il mondo degli ultras, il vuoto delle esistenze di chi fa della curva una nuova casa o quella che non ha mai avuto e il senso di appartenenza a una comunità di chi non è stato mai parte di nulla.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il regista dello spettacolo, cercando di capirne qualcosa in più. Ascoltiamolo.

Fabrizio, intanto vorrei chiederti com’è stato adattare il testo di Balestrini al teatro. Hai avuto qualche difficoltà particolare o è stato un lavoro agevole?
Il lavoro che si fa per tradurre in scena un testo letterario è sempre faticoso. Bisogna dare una struttura fisica a una lingua, collocarla in una dimensione visiva ma senza tradirne lo stile, serve una grande concentrazione e la certezza della propria direzione.

So che hai letto il libro molti anni fa. Perché hai scelto di rappresentarlo a teatro e cosa ti ha affascinato di più, di questa storia?
Il libro mi colpì per la sua natura di poema in prosa epico e tragicomico e mi sembrò subito perfetto per diventare uno spettacolo. Poi, da una parte l’amore per Balestrini e dall’altra alcuni dati biografici simili alla materia del libro mi convinsero definitivamente.

Pensi anche tu che gli ultras siano davvero i nuovi “cavalieri erranti” e che esista un’”epica della curva” da raccontare?
Penso che ogni forma di radicalità e di appartenenza, per quanto lontana da noi, risulti comunque interessante e meriti di essere raccontata.

“I Furiosi” sono dunque “le anime sole e senza patria” che nell’appartenenza a una squadra e nel lottare per la propria bandiera, trovano un motivo per riempire la propria vita. C’è un colpevole, per una situazione del genere?
I colpevoli sono molti, alcuni anche con buone intenzioni. La perdita di quello che era la passione e la fede nella nostra società è frutto di un lavoro d’equipe.

Hai detto che i tifosi sono gli ultimi portatori di una radicalità. A cosa ti riferisci?
Penso che la radicalità, il lottare contro il precostituito e contro qualunque potere sia ormai merce rara, quindi va considerata sempre, anche quando si manifesta in forme apparentemente insensate. Che poi per gli ultras sono immensamente sensate, perché li collegano a tanti altri prima di loro.

Cosa vorresti che la gente pensasse, una volta visto il tuo spettacolo?
Che sentisse un improvviso bisogno di furia.
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