34 anni domani, un tour europeo in pieno svolgimento, la testa piena di musica (passateci la simil-Jovanottata) e un futuro che sembra promettere benissimo. Claudio Mazzarago, in arte GiaGGio, è l’artista vincitore della scorsa edizione della biennale di MArtelive per la categoria di producer di musica elettronica. Un alloro che gli ha permesso di partire per un tour europeo iniziato lo scorso 5 settembre dalla Spagna e che toccherà i paesi di mezzo continente per altri cinque imperdibili concerti.
Con Claudio abbiamo parlato della sua musica e del suo amore per la contaminazione, della Puglia in cui è nato, di droghe, di giovani e delle sue “guide spirituali” all’interno del mondo della musica. Ascoltiamolo.

Claudio, partiamo dal primo concerto del tour di sabato 5 settembre a Vigo. La Spagna come ti ha accolto?
E’ stato veramente figo! Il locale era molto bello, il proprietario ci ha accolto bene. Il posto, poi, era in un quartiere di Vigo pieno di altri locali notturni e la sera del concerto è successo che i proprietari di questi altri club sono venuti da me a farmi i complimenti. Addirittura uno di loro mi ha invitato da lui dopo il concerto per salutarlo e scambiare due chiacchiere insieme! Sinceramente una cosa del genere in Italia non l’avevo mai vista, nonostante siano tanti anni che faccio serate in giro. Pensa che il manager di cui ti parlavo prima è tornato nel suo locale per dire ai suoi clienti di uscire e andare a sentirmi alla “Fabrica”! Questa cosa mi ha scioccato! Insomma, è stato un inizio molto molto positivo.

Raccontami qualcosa di te. Hai cominciato da subito a fare elettronica oppure venivi dallo studio di altri strumenti?
Io sono nato come batterista, ho cominciato a suonare quando avevo 13 anni e mezzo. Domani ne faccio 34, quindi fai un po’ tu! Sono 20 anni che suono e sperimento. E una cosa che mi è sempre piaciuto fare è smanettare con i programmi per fare musica, ma in maniera bonaria, senza nessuna pretesa pura. Poi durante il mio periodo di sette anni a Roma ho anche insegnato batteria, cosa che continuo a fare. Ma soprattutto ho cercato di fare qualcosa in più a livello di elettronica, impegnandomi maggiormente in questo senso e sperimentando sempre di più.
E quindi come definiresti la tua musica?
Se posso dirti la verità, ancora non lo so! La sento molto contaminata, perché in realtà mischio tante cose. Considera che quando inizio a produrre, parto quasi sempre da una parte ritmica che mi salta in testa all’improvviso, come l’altra sera quando eravamo in treno, ho sentito un rumore e da lì mi è venuto in mente un ritmo. Purtroppo o per fortuna, è sempre così! Quindi può capitare che mi venga una cosa un po’ più minimal che poi si trasforma in un pezzo techno. Il risultato finale è spesso diverso rispetto all’idea di partenza. Insomma non so dirti se faccio dubstep, house, minimal, tribal, dance o che altro. Vado un po’ di qua e un po’ di là! Non sto tanto a pensare “aspetta, mi sta venendo una cosa troppo house”. Questo non mi interessa. Faccio solo quello che mi sento.

I tuoi maestri quali sono?
Ti faccio un nome su tutti: Daft Punk. Loro sono la band elettronica che più di tutti mi ha aperto tanti mondi musicali rispetto ad altri. Poi ti posso nominare anche i Justice, i Sigur Rós, i Röyksopp. Però i Daft Punk sono il mio punto di riferimento, hanno fatto tante cose diverse tra loro e hanno sempre colto nel segno.
Tu sei di Bari. Secondo te qual è lo stato di salute della scena artistica nella tua regione? In particolare di quella elettronica.
In generale è molto florida, ci sono tanti artisti e artiste di grande valore. Non a caso c’è il Puglia Sound, al quale tengo particolarmente anche perché è legato alla parte finanziaria di questo tour e lo ringrazio sempre per tutto quello che ha fatto. Per quanto riguarda l’elettronica, invece, non va benissimo. Abbiamo poche cose, mi vengono in mente solo Populous e Mai Personal Mood, ma forse è una mia mancanza perché tendo a cercare cose più fuori che in Italia. Sono sicuro, comunque, che scavando esce sempre roba buona. Il problema è che si dà poco spazio all’elettronica, almeno in termini di producer, perché se parliamo di dj da serata in discoteca è un altro discorso. In Europa, ad esempio, ci sono tanti luoghi in cui l’elettronica ha molto più spazio e ci sono più possibilità di realizzare progetti.

Hai deciso di aderire a “Fatevi di Zucchero”, una bella iniziativa per sensibilizzare i ragazzi al divertimento responsabile. Molto spesso, però, il mondo della dance e quello delle droghe finiscono per diventare sinonimi. Come vivi questa cosa? E’ davvero inevitabile che sia così?
Inevitabile no, altrimenti neanche sensibilizzare avrebbe un senso. Io spero che questa cosa piano piano diventi sempre minore. Io non mi drogo, non fumo, non bevo caffè, bevo una birra giusto quando sono in compagnia. Ti parlo proprio da ragazzo e non da musicista. Molte volte i giovani usano le droghe per divertirsi o per rilassarsi e non pensare ai problemi, ma anche io ho avuto i miei problemi e non ho mai avuto bisogno di drogarmi. E’ un fatto psicologico, quindi. Per cui non è inevitabile, è solo questione di forza di volontà. Se uno decide che si può divertire con una sola birra, si diverte lo stesso! Impasticcarsi o tirare di coca è solo una scelta. Legare la droga alla discoteca fondamentalmente è una cazzata, i media associano sempre le due cose e in effetti se ne fa un grande uso, non dico di no. Ma associarla solo alla discoteca è sbagliato, perché ci sono tantissimi altri ambiti, molti dei quali anche più “precisi”, dove si fa uso di cose non proprio salutari. A Vigo, comunque, i ragazzi hanno risposto all’iniziativa con un sacco di sorrisi e hanno divorato centinaia di smarties!
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