Ho fatto un corso di recitazione. E non me ne pento

Ho 35 anni, faccio la commercialista, e a settembre mi sono iscritta a un corso di teatro. Preferisco non dire il mio nome, non per vergogna, ma perché questa storia non parla di me in quanto persona. Parla di una sensazione che sospetto abbiano in molti, e che quasi nessuno nomina ad alta voce.
Il momento in cui ho smesso di rimandare
Ho deciso di iniziare il corso lentamente, e con una quantità imbarazzante di pretesti per non farlo. Ci avevo pensato la prima volta due anni fa, dopo aver visto uno spettacolo che mi aveva colpita in modo sproporzionato rispetto a quello che era: una piccola produzione, niente di eccezionale. Eppure ero uscita dal teatro con la sensazione netta di aver visto qualcosa che avrei voluto saper fare. Non recitare nel senso hollywoodiano. Ma proprio stare in uno spazio, davanti agli altri, e fare (o perlomeno sembrare) vera.
Avevo rimandato per anni con la stessa scusa che usiamo tutti: non ho tempo. Che tradotta significa: ho paura, ma preferisco una giustificazione logistica.
A settembre ho smesso di rimandare. Motivo: nessuno in particolare. O forse tutti insieme, una certa stanchezza della routine, quella sensazione di frenesia costante di cui si parla sempre più spesso, e la consapevolezza che se aspettavo il momento giusto avrei aspettato altri sette anni.
La prima lezione (ovvero: il momento in cui ho capito di aver sbagliato tutto)
Mi aspettavo di imparare a recitare. Nel senso letterale: qualcuno mi avrebbe detto come muovermi, come parlare, come interpretare un personaggio. Invece il primo esercizio era questo: camminare per la stanza. Senza uno scopo, senza una direzione precisa. Solo camminare, e smettere di controllare come lo facevo.
Sembra facile. Non lo è stato per niente. Ci ho messo venti minuti per smettere di guardarmi le scarpe.
Nel corso di recitazione qui a Roma dove mi sono iscritta (la scuola è Il Melograno e fa corsi dal 2003) l’insegnante ci aveva avvertiti: la cosa peggiore che potete fare è cercare di recitare. Il teatro non insegna a fingere meglio. Insegna a smettere di farlo.
Quella frase mi è rimasta. Probabilmente perché, a pensarci, faccio cose molto simili tutto il giorno: cerco di sembrare sicura quando non lo sono, efficiente quando sono esausta, tranquilla quando ho l’ansia. Recitare, appunto. Solo che fuori dalla sala lo chiamavo in altri modi.
Cosa ho scoperto che non mi aspettavo
Prima cosa: il corpo. Lavoro con la testa da quindici anni tra riunioni, schermi, numeri, documenti. Non è che il corpo smette di esistere nel frattempo, ma diventa una specie di accessorio. La sala ti obbliga a tornare dentro. La voce, il respiro, come stai in piedi, quanto spazio occupi. Cose a cui non pensavo da anni.
Seconda cosa: il gruppo. Nel corso con me ci sono una psicologa, un ingegnere, una professoressa di liceo, qualcuno che lavora nel marketing. Forse nessuno di noi si sarebbe mai incontrato altrove. Quello che ci unisce è una scelta un po’ assurda fatta alla stessa ora della stessa settimana e il fatto che tutti, in modi diversi, ci stiamo chiedendo la stessa cosa: chi sono qui dentro, quando non sto facendo il mio lavoro e la mia vita?
Terza cosa, e questa è la più difficile da spiegare: ho smesso, per due ore a settimana, di essere brava. Nel senso produttivo del termine. Al corso sbaglio, riprovo, sbaglio di nuovo, a volte rido, a volte mi viene voglia di sparire. Non c’è nessun risultato da consegnare, nessun cliente da soddisfare, nessuna performance da ottimizzare. È scomodo. Ed è esattamente quello di cui avevo bisogno.
La domanda che mi fanno tutti
Quando lo racconto la domanda è sempre la stessa: “Ma ti servirà a qualcosa?” La risposta che do è: probabilmente sì, nel senso che parlare in pubblico mi viene già un po’ meno faticoso, e ascolto le persone con più attenzione di prima. Ma non è questo il punto.
Il punto è che per la prima volta in anni sto facendo una cosa che non serve a niente di specifico. Non costruisce il curriculum, non incrementa il fatturato, non ottimizza nessun processo. Esisto solo io in quelle dite ore. E questa per me è già una piccola rivoluzione.
Se ci stai pensando anche tu
Non ti dirò che cambierà la tua vita. Non lo so, e non mi piacciono le promesse che suonano come slogan. Ti dico quello che ho trovato a Il Melograno, dove frequento il corso: uno spazio in cui nessuno si aspetta che tu sia già brava. In cui l’obiettivo non è fare bene ma fare e vedere cosa succede. In cui le due ore passano in un modo che non mi succede con nient’altro durante la settimana.
Se sei commercialista, avvocato, ingegnera, medico se fai tutt’altro nella vita e ti sembra un’incongruenza stare li, sappi che quella sensazione sparisce alla seconda lezione. Dopodiché non te ne frega più niente di sembrare incongruente.
E quella, forse, è già una buona notizia.
(© The Parallel Vision ⚭ _ Redazione)
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