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Spettacoli a Roma, recensione: “Anna dei miracoli”

La recensione di "Anna dei miracoli”, spettacolo diretto da Emanuela Giordano e andato in scena al Teatro Parioli

Spettacoli a Roma, recensione: “Anna dei miracoli” al Teatro Parioli

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C’è qualcosa di inspiegabile nella rappresentazione di “Anna dei miracoli”.

Il dramma teatrale di William Gibson è l’opera a cui si ispirò la pellicola di Arthur Penn del 1962 con 2 formidabili attrici, Anne Bancroft e Patty Duke.

Rispettivamente nei ruoli di Miss Anne Sullivan ed Helen Keller.

La storia racconta la disabilità di quei soggetti che, proprio per i loro handicap, vengono bollati dalla società come “soggetti fragili” o “deboli”. 

Lo spettacolo teatrale portato in scena da Emanuela Giordano – è sua la regia nonché l’adattamento – andato in scena al Teatro Parioli non si discosta dal testo originale.

Anzi, suscita nel pubblico la stessa potenza evocativa del film in maniera assai più efficace.

Considerato il contatto diretto degli attori con gli spettatori, senza il filtro dello schermo.

“Anna dei miracoli”: lo spettacolo del Teatro Parioli

La trama – tratta da una storia vera – è ben nota a tutti.

Helen (Anna Mallamaci) è una bambina diventata sordomuta e cieca all’età di 6 mesi dopo aver contratto una meningite.

A causa di questo spiacevole evento la piccola viene cresciuta dai suoi genitori Arthur (Fabrizio Coniglio) e Kate (Laura Nardi) come un piccolo animaletto domestico.

A lei vengono concessi vizi e assecondato ogni capriccio o esuberanza.

Questa sorta di “educazione” della bimba sortisce le sue conseguenze negative poiché Helen diventa difficilmente gestibile e poco incline alla disciplina.

Difatti seppure i genitori la amano di un amore incondizionato Helen è per loro un problema, peggio: una disgrazia.

Così la definisce Arthur/Coniglio: “una disgrazia”.

La parola in questione ha un peso, che non lascia e non può lasciare indifferente chi la ascolta: si può definire un figlio una disgrazia? 

Le cose cambiano con l’arrivo di una istitutrice voluta fortemente da Kate come ultimo tentativo per salvaguardare la piccola Helen, che il padre vorrebbe rinchiudere in un manicomio.

Si tratta di Anne Sullivan (Mascia Musy), ex ipovedente, anche lei con una infanzia difficile alle spalle.

Anne prende molto a cuore l’educazione di Helen e sin da subito intuisce che la bimba è dotata di una intelligenza straordinaria, al contrario di ciò che vogliono farle credere i genitori.

L’intento di Miss Sullivan è quello di farne una donna autonoma al di là dei suoi difetti fisici e dirozzarla.

Le insegna quindi a stare composta a tavola, a mangiare con le posate, a vestirsi, a lavarsi, a comportarsi bene con gli altri, a ubbidire e, soprattutto, a comunicare.

A questo scopo la donna utilizza il linguaggio dei segni impegnandosi a far comprendere a Helen che ogni cosa nel mondo ha un nome come sedia, bambola, bocca, mamma ecc.

Ma non è facile. 

Come si fa a raggiungere una persona in un mondo di buio e di silenzio, soprattutto quando ci sono forze ostative che non aiutano nel già arduo compito?

I temi dell’opera: disabilità, amore, ascolto

Dapprincipio il rapporto tra Helen e Anne Sullivan non è dei migliori.

La bambina non è avvezza a “sentirsi” dire di no, pertanto l’interfaccia con la sua istitutrice porta le 2 donne a duri scontri.

Ma col passare dei giorni Helen impara.

Fino all’episodio finale in cui arriva persino a pronunciare la parola “acqua”a voce, a capire che la maestra è lì per aiutarla e non per ostacolarla.

Che i veri ciechi, coloro che sono affetti dai limiti in tutta quella storia, sono i suoi parenti.

Tanti i temi affrontati in questo testo.

La disabilità sì, o la diversità come si suole chiamarla oggi. Ma chi può veramente dire chi è diverso e chi no? E chi è nomale (ma, soprattutto, cosa vuol dire normale)?

L’amore è un limite? Alla luce dei fatti, sì.

Nella storia di Helen Keller il sentimento teso all’affetto nei confronti di un’altra persona, quando diventa tossico è un ostacolo.

Ma questo è declinabile in tutte le manifestazioni d’amore.

Obnubila, acceca (appunto). Non fa vedere le cose per quello che sono. 

Arthur definisce la figlia una “disgrazia”. Quanto contano le parole nella comunicazione?

Nella nostra comunità si parla tanto, ma si ascolta molto poco.

Si usano tante parole, si coniano neologismi, ma nessuno ne conosce il significato e la potenza dei termini usati.

Il “gioco” che Anne Sullivan adopera per comunicare con Helen nella lingua dei segni deve far riflettere.

Solo trasformando le parole in gesti si arriva a comprendere che un’azione è associata a una parola.

E che quella parola ha un valore e una semantica (ciò che pronunciamo, quindi, non è qualcosa di astratto). Pertanto ha una sua potenza.

Altro tema: l’ascolto.

Colei che è in grado di ascoltare (il silenzio di) Helen è l’istitutrice e, per l’effetto, di comprenderla.

Kate e Arthur si convincono che la figlia sia un essere difettoso perché è più facile adagiarsi sulle cose invece di combatterle.

Una scimmietta che non è in grado di capire e che ripete automaticamente movimenti, gesti, comportamenti.

Non la credono un essere con un cervello pensante, non la “vedono” come un essere umano.

Ma una creatura da compatire per l’handicap che le è piovuto dal cielo.

Ci vorrà tutta la pazienza e la volontà di una insegnante arrivata da Boston per aprire gli occhi ai signori Keller.

E per mostrare loro che Helen è un essere come tutti gli altri e dovrà essere trattata alla pari con gli stessi diritti e doveri.

L’allestimento dello spettacolo

Il palcoscenico è spoglio, c’è solo l’essenziale.

Non è un caso che Antoine de Saint-Exupéry scriveva “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Anna dei miracoli” è l’esatta rappresentazione della massima dello scrittore francese.

Un tavolo, delle sedie, un catino per raccogliere l’acqua e un rubinetto.

Nello spettacolo gli unici personaggi sono Helen, Kate, Arthur e Miss Sullivan.

Le scene si svolgono tutte nello stesso ambiente: in casa, all’aperto e nella baracca dove Anne terrà “lezioni” a Helen per 2 settimane lontana dai suoi genitori.

In modo che possa operare senza interferenze sulla sua educazione.

Emanuela Giordano nelle sue note di regia accenna a “recluse”, “vergogna”, “famiglia difficile”. E il peso di queste parole sul palco si vede. E si tocca.

Come è vero che le 3 donne hanno molto in comune: sensibilità, dolore, frustrazione, desiderio, voglia di autonomia, libertà.

La commozione è stata tanta.

Sia da parte degli attori ma in particolar modo da parte del pubblico che ha omaggiato questo splendido capolavoro con una standing ovation.

Oltre ad applausi interminabili e molto “sentiti”.

Retorico aggiungere che la bravura degli interpreti ha potuto realizzare tutto quanto ne è seguito in termini di emozioni, evocazione, passione.

Sì come le musiche e il gioco di luci hanno consentito il risultato voluto e sperato.

E forse mai come questa volta il teatro ha compiuto un piccolo miracolo.

The Parallel Vision ⚭ _ Costanza Carla Iannacone)


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