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Teatro, recensione: “La favola nera del boia in tutù”

La tragicità della commedia umana con una riflessione a tratti paradossale sull’inutilità dell’esistenza e della sua caduta

Recensione: “La favola nera del boia in tutù” al Teatro Trastevere

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Per ogni spettacolo che fallisce ce n’è un altro che si esibisce”.

Per quanto il destino dell’uomo sia irrimediabilmente destinato al precipizio, alla caduta delle certezze e all’indeterminatezza, l’essere umano cerca sempre nel riso una possibilità di salvezza.

L’arte, il teatro, la scena, diventano così gli strumenti più amati per dare voce alla propria consapevolezza e per raccontare la realtà sotto una luce diversa.  

“La favola nera del boia in tutù” di Simone Fraschetti al Teatro Trastevere

Al Teatro Trastevere è andata in scena pochi giorni fa “La favola nera del boia in tutù”, una storia dai toni cupi raccontata con un sorriso beffardo rivolto alla vita.

Lo spettacolo è stato firmato alla regia da Simone Fraschetti.

In sala la luce è ancora accesa quando all’improvviso 3 figure clownesche con il volto dipinto di bianco e le guance di rosso irrompono sulla scena e danno inizio alla farsa. 

Un ragazzo in jeans e giacca bianca (Francesco Balbusso) si presenta come Demiurgo.

Una divinità un po’ cialtrona, un Dio/Mefisto regista bifronte che ha creato i primi attori sulla terra: Adamh ed Evoh.

Il compito di questi 2 fantocci è quello di mettere in scena la drammaturgia del Demiurgo.

Ovvero la storia dell’ incontro provvidenziale tra 2 personaggi disastrati che proveranno in qualche modo a rivoluzionare la propria vita.

Boia (Rossella Vicino) sogna di fare la ballerina, ma è costretta a tagliare teste per mantenere la sua famiglia: “E mentre sogno di danzare sul filo tagliare teste è il mio destino”.

Un giorno sotto la lama della sua scure finisce l’artista di strada Natalia Topova (Nathalie Bernardi), che è stata condannata a morte per colpa dei suoi spettacoli irriverenti e provocatori.

Quando l’attrice viene a conoscenza del suo desiderio, convince Boia a scappare e a lasciare tutto per seguire il suo sogno.

Così Topova diventa giustiziera, mentre Boia un’artista di strada che si esibisce in una nuova singolare performance senza senso: la giocoleria vegana.

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In scena l’ineluttabile tragicità della commedia umana

Un viaggio nelle controversie della commedia umana.

Dove l’anelito all’arte di Boia, la gioia del riscatto e la possibilità di poter riscrivere il proprio destino, si scontrano con l’ineluttabilità della vita e il sapore amaro della sconfitta.

Dio/Mefisto, sadico e beffardo, muove Boia e Topova come marionette senza fili.

Pedine dello stesso gioco crudele dove il richiamo al fallimento e alla morte è troppo forte e il ritorno alla loro vita precedente, inevitabile.

Ecco dove mi ha portato l’arte, mi ha portato alla morte”: antieroi di una favola che si preannuncia senza lieto fine.

La regia di Fraschetti ci conduce in una riflessione dai tratti paradossali sull’inutilità dell’esistenza umana e della sua inevitabile caduta.

Il tutto in una dinamica che alterna diversi piani della narrazione drammaturgica: dall’antefatto del Demiurgo/Balbusso con Adamh/Bernardi ed Evoh/Vicino, alla narrazione della favola di Boia e Topova.

Una narrazione stravagante e complessa seguita da una scelta stilistica e organica del lavoro altrettanto peculiare.

Il gioco di continue trasformazioni dei personaggi e degli ambienti è reso possibile grazie anche a cambi scena e cambi costume realizzati a vista sul palco. 

La scenografia è elementare, realizzata con poche sedie, bauli e porta abiti utili per gestire i cambi.

Anche i costumi sono estremamente funzionali, essenziali come solo una parrucca e una barba finta per Topova e un mantello funebre per Boia possono rivelarsi. 

Inoltre, i 3 attori si sono abilmente destreggiati nel gioco di parole creato da Adriano Marenco, autore della drammaturgia.

Adriano ha scelto la cadenza della rima per raccontare quella che, nonostante tutto, è pur sempre una favola.

Lo spettacolo riesce comunque nel suo intento.

Al netto di alcuni passaggi poco definiti, scenicamente da affinare e un linguaggio ironico ridondante che a momenti rischia di edulcorare il messaggio proposto.

La favola nera del boia in tutù” infatti, non si propone di fornire risposte.

Ma con ironia presenta una drammaturgia stratificata, ricca di domande su cui, forse, dovremmo interrogarci.

The Parallel Vision ⚭ _ Barbara Berardi)


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