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#Intervista: Eleonora Cimafonte, “Le emozioni non hanno sesso”

#Intervista: Eleonora Cimafonte, “Le emozioni non hanno sesso biologico”

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Eleonora Cimafonte

Classe 1995, Eleonora Cimafonte è una giovanissima e ambiziosa attrice di Trevignano Romano, follemente innamorata del suo mestiere.

Eleonora porterà a Roma il prossimo inverno una “Salomè” di Oscar Wilde del tutto particolare diretta da Francesco Lonano e Sabrina Fasanella, in cui interpreterà un personaggio che di certo si farà notare per la sua… audacia.

Le emozioni non hanno sesso biologico” mi ha detto. “Sono credibili e arrivano allo spettatore perché sono reali, per tutti“. 

Da qui il suo pensiero sul fatto che “darsi dei limiti in questo mestiere è la cosa peggiore che un attore/attrice possa fare“. 


Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Eleonora?

È successo tutto per caso. Sono nata e cresciuta in un paesino della provincia romana, lontana dal mondo artistico e attoriale.

Una volta diplomata ho deciso di buttarmi e fare il provino in Accademia, sono stata ammessa e da lì è iniziato tutto.

Mi sono follemente innamorata di questo mestiere, sono passata in un attimo dal non sapere cosa fare nella vita  a non avere nessun dubbio. 

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

Dal diploma in Accademia sono trascorsi 4 anni, anni in cui per una buona parte ho cercato di unire le esperienze lavorative senza però smettere mai di studiare.

Negli anni sicuramente il mio approccio al lavoro è cambiato.

Avere una consapevolezza maggiore della propria persona dal punto di vista vocale, fisico ed emotivo ti aiuta sicuramente a intraprendere qualsiasi tipo di lavoro nella maniera corretta.

E perché no, a saper dire anche qualche “no” ogni tanto. È fondamentale. 

Domanda retorica (forse): l’emergenza Covid quanto ha inciso sulla tua attività?

Tantissimo. Dei 4 anni successivi all’Accademia, 2 ovviamente sono di pandemia.

Non nego che sia stato davvero difficile, ho fatto di tutto per non fermarmi e devo dire che sono stata molto fortunata.

Nei periodi in cui le restrizioni lo permettevano ho lavorato a dei progetti, principalmente nell’audiovisivo, ed è stata una bellissima novità per me.

Ho avuto del tempo per studiare e scoprire tantissimi testi su cui poter lavorare in futuro.

Poi ho ricominciato a cantare e a suonare il piano. Mi lamentavo sempre di non averne il tempo, direi che ne ho avuto anche troppo!

Parlami di “Salomè”, lo spettacolo che il prossimo inverno porterai in tournée e che toccherà anche Roma. Di cosa si tratta?

Salomè” è un progetto ideato e strutturato nel tempo con grande cura da Francesco Lonano e curato poi nella regia da lui e da Sabrina Fasanella.

Inoltre è stato finalista del premio “Scintille” ed è andato in scena per la prima volta nei cortili storici all’interno dell’Asti Festival e successivamente al Teatro Menotti di Milano.

Questa versione della “Salomè” è nata da un primo lavoro a tavolino adattando il testo di Oscar Wilde alla novella “Herodias” di Gustave Flaubert.

Narra quindi il celebre testo biblico, l’amore ossessivo del Re Erode per Salomè e le vicende sanguinose che lo susseguono in chiave però estremamente moderna.

Facendo riflettere su quanto certe tematiche siano incredibilmente attuali oggi più che mai nel nostro quotidiano. Mettendo l’uomo e le sue contraddizioni al primo posto. 

Nel testo tu incarni un ruolo molto particolare. Me lo racconti?

Io interpreto Erode, un sovrano logorato dal desiderio, dal potere, dal peso della sua corona e dalle promesse fatte che è costretto a mantenere.

La nostra Salomè è principalmente incentrata su di lui, è la prima volta che il ruolo viene affidato a una attrice.

Insieme ai registi abbiamo lavorato su un Erode estremamente buffo, valorizzato da cambi di tono e di registro da un punto di vista vocale e con un equilibrio tra un corpo imponente.

E allo stesso tempo fragile da quello fisico.

Sicuro di sé e del suo potere che sfoggia per ottenere ciò che vuole, ma che nasconde una grande fragilità che emerge pian piano nel corso dello spettacolo.

È stato davvero interessante interpretare una delle figure più “maschili” della drammaturgia cercando il più possibile di risultare credibile, con uno stile androgino.

Giacca e pantalone nero, ma allo stesso tempo con una parte di femminilità presente.

Non volevamo assolutamente dare l’impressione di una forzatura, di un’attrice che “gioca a fare l’uomo”.

Ma cercare invece di portare l’attenzione su cosa provava il personaggio e quindi l’essere umano.

Le emozioni non hanno sesso biologico, sono credibili e arrivano allo spettatore perché sono reali, per tutti. 

Secondo te esiste un problema di genere nel mondo teatrale italiano?

Più che un vero e proprio problema di genere credo che potrebbe esserci più coraggio.

Il teatro, soprattutto il teatro non contemporaneo, è scritto principalmente se non tutto da uomini.

Testi nel quale il ruolo femminile, non sempre ma spesso, anche se presente è poco delineato, come se la figura maschile avesse più complessità e sfaccettature della figura femminile.

Questo è un problema con cui una giovane attrice che si affaccia a testi così incredibili continua a scontrarsi: 10 ruoli maschili e 1 femminile.

Fortunatamente adesso le cose pian piano stanno cambiando, ci sono tantissimi drammaturghi/e contemporanei/e che danno lo stesso peso alla figura femminile. 

Sarebbe bello però se si desse la possibilità, soprattutto nei percorsi di studi che sono il momento migliore dove sperimentare, alle attrici e agli attori di interpretare pilastri del panorama teatrale che non coincidono con il proprio sesso biologico.

Credo che possa essere uno strumento di crescita e libertà incredibile, soprattutto per il periodo che stiamo vivendo. 

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Al momento di cosa ti stai occupando?

Mi sono tuffata in qualcosa di completamente nuovo ma che desideravo fare da tanto: la scrittura.

Dopo questi anni di esperienza teatrale mi sembra il momento giusto per farlo, non sono e non voglio essere una tuttologa però.

Per fare ogni cosa, anche la più piccola, ci vuole tempo e competenza.

La drammaturgia, soprattutto quella teatrale, è un qualcosa di estremamente complesso.

In lettura può essere anche la cosa più giusta del mondo, ma se in scena non funziona, non funziona.

Sto andando quindi in punta di piedi cercando di apprendere da chi ne sa più di me, vediamo cosa ne uscirà fuori. 

Parlami delle altre iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Nei prossimi mesi riprenderemo sicuramente le prove della “Salomè“, il progetto è in fase di studio e di cambiamento.

Ci prepareremo per portarlo in tournée questo inverno per renderlo un qualcosa che arrivi il più possibile alle persone, che è il nostro scopo principale.

In più tra poco inizierò le prove di un progetto a cui tengo molto, ma su cui non posso ancora dire nulla.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera 

Sicuramente quando lavorai su “L’Assolto” di Aldo Palazzeschi, andato in scena al teatro di posa di Cinecittà.

L’Assolto” nasce come poesia ma la riadattai in modo da poter essere intrerpretata sotto forma di monologo.

Fu una delle prime volte in cui ebbi modo di cominciare a sperimentare da sola da un punto di vista drammaturgico, registico e attoriale.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Che non deve mai fare, sicuramente essere avara.

Questo è un lavoro in cui bisogna provare a mettersi completamente a nudo.

Non in senso letterale, ma quel nudo che ha a che vedere con il proprio intimo, le proprie debolezze e le proprie emozioni mettendole al servizio di chi stiamo rappresentando.

Raccontiamo le persone, che sono la cosa più complessa che esista. Glielo dobbiamo.

Una cosa che va sempre fatta sicuramente il non etichettarsi, non permettere agli altri di decidere quello che possiamo o non possiamo essere in scena.

Darsi dei limiti in questo mestiere è la cosa peggiore che un attore/attrice possa fare. 

Teatri e cinema sono rimasti chiusi praticamente per tutta la durata dell’emergenza pandemica e sono stati gli ultimi luoghi culturali ad aver riaperto. La cultura è davvero “non necessaria”?

Credo che la cultura in realtà sia così necessaria e presente nelle vite di tutti noi da non rendercene conto e darla per scontato.

Tutti noi guardiamo film, leggiamo libri, andiamo ai concerti, visitiamo musei e andiamo a teatro.

Ci confortano, aiutano e fanno sognare in un quotidiano che non è sempre semplice.

Ci supportano, ma nel momento in cui abbiamo noi dovuto supportare loro siamo scappati.

Non credo che la cultura e l’arte siano un qualcosa per pochi eletti, sono convinta che debbano essere per tutti e di tutti.

Proprio per questo ognuno di noi deve provare a prendersene cura, anche nel suo piccolo.

Se siamo arrivati a reputare non necessario un qualcosa che in realtà è da sempre accanto a noi nella storia dell’uomo c’è sicuramente qualcosa che va cambiato.

Non sono nessuno per dire cosa e come, ma nel mio piccolo spero di non lasciarla sola.

Sicuramente la pandemia ha enfatizzato tutto ciò, ma il problema parte da molto prima. 

Mi descriveresti il lavoro artistico di Eleonora Cimafonte con un’immagine e con 3 parole?

Direi che può tutto riassumersi in una frase che disse Graziano Piazza, regista e attore incredibile, che mi segnai a matita sul mio quadernino anni fa durante un lavoro.

Quell’invisibilità che ti permette di essere tutto“.

Anche adesso il solo sentirla mi fa battere il cuore all’impazzata.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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