Cultura Fotografia

#Intervista: Valentina De Santis, uno sguardo incantato

#Intervista: Valentina De Santis, uno sguardo incantato

Ho conosciuto Valentina De Santis tantissimi anni fa. Le circostanze precise non le rammento.

Ricordo anni di giovinezza, serate finite tardissimo. Una Roma che non sono più riuscito a trovare, locali piccolissimi e pieni di gente.

Inviti su inviti, pochi e quasi inesistenti social network. Le prime esposizioni che ho curato erano sue.

Nelle foto di Valentina c’erano i nostri volti, quelli degli amici, tra i quali c’ero anche io.

Era capace di trasformare le sue amiche in modelle fantastiche, quasi da copertina di Vogue.

Il costante contrasto tra la realtà del piccolo paese, dove Valentina è nata, e il caos della città,
dei locali notturni, dei bicchieri di birra rovesciati, dei nostri occhi gonfi e mille sigarette incollate alla bocca.

Avevamo forse 20 anni, ed eravamo sempre felicemente a “pezzi”.

Il suo lavoro continua ad affascinare chiunque. Non ha smesso, neanche dopo più di 10 anni, di ritrarre paesaggi bucolici e volti di persone segnate dal tempo, dal disagio, dalla fatica.

Superfici epidermiche ben delineate e quasi soprannaturali.

Ha trovato nella Sardegna il suo paradisiaco inferno. La percorre da sola in macchina da nord verso sud. Ogni anno. Conosce gli artisti e i contadini.

Ha di recente pubblicato un libro che in parecchi stanno ordinando su tutte le piattaforme possibili. Valentina non si ferma.

Ha un passo quasi sfuggente e quasi sempre armonioso, deciso, di una donna che sa sempre dove sta andando e mentre la vedi allontanarsi non sai mai di preciso quando la rivedrai.

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Valentina De Santis

Vale, che cos’è Incorrispondenti? E come è nato?

INCORRISPONDENTI” è un progetto creato insieme a Ilaria Lagioia durante il primo lockdown da Covid-19 del 2020.

Mi piace definirlo un “esperimento sociale” perché in quei 50 giorni circa, insieme a una sconosciuta, abbiamo dato vita a un’amicizia.

Qualche giorno prima che ci chiudessero in casa, io e Ilaria ci siamo conosciute nel bar che frequentiamo da anni ma non ci eravamo mai viste.

Dopo le presentazioni è scattato un qualcosa a cui bisognava dare sicuramente corpo ma l’isolamento dovuto alla pandemia ce lo impedì.

Così decidemmo appena iniziato il lockdown di frequentarci attraverso un rapporto epistolare fatto di “botta e risposta” di fotografie ed email.

Ogni giorno a turno ognuna inviata all’altra una fotografia e un’email per raccontare il proprio stato d’animo e l’altra rispondeva.

Fu così che iniziammo a sentirci vicine, affini, a volerci bene.

Ora tutte quelle foto ed email stanno per essere pubblicate in un libro edito da Selfself Books.

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Valentina De Santis e Ilaria Lagioia

Tu come ti sei avvicinata alla fotografia?

A me è sempre piaciuto guardare, ma in termini pratici e semplici ho iniziato a fotografare alla fine del liceo grazie al mio professore di grafica visiva.

Da lì non ho voluto più chiudere gli occhi.

Nelle tue foto quasi sempre sono presenti le tue radici…

Spesso nelle mie foto sono presenti le mie radici, non intese come famiglia o paesaggi a me cari ma i gesti che mi accompagnano da sempre.

Mani che fanno cose, sguardi innamorati o passi schivi.

Elementi che c’erano e che continuano a vivere in maniera diversa.

Quali sono i tuoi fotografi di riferimento?

Quando ho iniziato a fotografare è stato anche grazie a un artista come Man Ray.

La sua capacità di osservare, dirigere e trasformare mi colpì e quel processo creativo lo tengo stretto a me adattandolo alle situazioni.

Tutti i fotografi esistenti sono per me fonte di ispirazione poiché da ognuno prendo intuizioni.

Roma è una grande città, ma sappiamo che allo stesso tempo è un grande paesino. Come ti destreggi in tutto questo?

Roma è una grande città, troppo grande. Ma allo stesso tempo può essere vissuta come una serie di paesini uno dietro l’altro.

Proprio perché la mia realtà provinciale è fatta di paesini vicini sono sempre riuscita ad adattarmi alla metropoli.

Abituata in paese a prendere la macchina e zigzagare da un bar di paese all’altro, faccio lo stesso per Roma, mettendoci però più tempo per trovare parcheggio.

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Cosa hai trovato nella Sardegna?

Da 8 anni, tutti gli anni, vado in Sardegna a fotografare storie, tante storie.

Lì ho trovato quello che per me significa “libertà”.

Mi servirebbe un libro (forse) per descrivere appieno questo concetto, ma mi limito a dire che alcuni sentimenti non li fermi quando arrivano.

Non puoi fermarli perché alcuni luoghi, alcuni dialetti, alcuni gesti ti vengono a bussare sul cuore per ricordarti chi sei, o chi vuoi essere.

Qual è il progetto che ancora non hai realizzato?

Il progetto o un progetto che ancora non ho realizzato… Mmmmm… Non ce l’ho perché appena ho in mente un’idea la preparo subito.

Sicuramente un qualcosa che fotografo da sempre e che mi accompagnerà finché lo vorrò. 

The Parallel Vision ⚭ ­_ Marco Amoroso)

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