Cultura Fotografia

#Intervista: Valentino Bianchi tra Bohème e cultura popolare

#Intervista: Valentino Bianchi tra Bohème e cultura popolare

Ho conosciuto Valentino Bianchi grazie a una mostra che si tenne la scorsa estate nel piccolo paesino di Scicli, in Sicilia.

Le foto di Valentino parlavano di tante cose, parlavano di Palermo, o meglio di una Palermo quasi invisibile, che lui è riuscito a documentare per circa 2 anni.

Rimasi colpito dal bianco e nero delle sue foto, dai volti dei personaggi ritratti, dalla dinamicità di alcuni ambienti.

Lo chiamai 2 mesi dopo. Eravamo nel bel mezzo di una pandemia mondiale e spostarsi non era così facile.

Decidemmo di rimandare il nostro incontro a Roma per il periodo natalizio, quando sia io che lui saremmo tornati da bravi espatriati a passare le vacanze con le rispettive famiglie.

Ci incontrammo e la sensazione fu quella di 2 persone che si conoscevano da tempo, 2 vecchi amici che appena mettono piede a Roma si scordano del francese e ritrovano il proprio dialetto.

È passato un anno e per quanto lontani abbiamo mantenuto i contatti e collaborato insieme, buttando lì le fondamenta di un sodalizio artistico e lavorativo.

L’intervista che segue si è svolta ad Arles nel sud della Francia, dove io e Valentino ci siamo incontrati lo scorso luglio per il festival Les Rencontres d’Arles.

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Valentino Bianchi

Parlami di come è nata la tua passione per la fotografia e dove hai iniziato a realizzarla

Ciao Marco, ho cominciato ad appassionarmi alla fotografia sin da piccolino, quando ho trovato una vecchia Nikomat di mio padre e giocavo a fare foto dalla finestra di casa.

Poi al tempo del liceo ho cominciato a comprare rullini e a fotografare con quella.

Erano i periodi delle manifestazioni contro il governo Berlusconi, fotografavo soprattutto le persone sin da quei primi momenti (amici e non).

Nello stesso periodo mia madre ha cominciato a lavorare al Museo di Roma In Trastevere che si occupa principalmente di fotografia e da quel momento ho iniziato a rapportarmi con i mostri sacri delle esposizioni che facevano lì (Freed, Fontana, Strand, Rosenblum, Giacomelli, il World Press Photo, etc.).

Poi in un secondo momento, verso i 25 anni, ho scoperto la camera oscura e mi sono innamorato della stampa analogica e dell’alchimia che avviene in quei attimi.

Mi sono unito a un collettivo di camera oscura chiamato “Messafuoco” legato a una realtà di autogestione chiamata “De Lollis underground” nei dintorni dell’Università La Sapienza.

Lì ho affinato un po’ la tecnica di sviluppo e stampa e ho legato con molte persone che ancora sono cari amici.

Lavoravo soprattutto su piccoli reportage e lavori personali, principalmente sulla scena musicale indipendente e sul quartiere in cui vivevo, Trastevere.

Uno di questi lavori ha poi visto la luce verso giugno 2018 con il mio primo libro “Noantri Oggi” e con la mostra, prodotto e distribuito dai ragazzi del giornale “Il Ventriloco” con cui ho collaborato sin dai primi momenti della nascita.

Hai vissuto per circa 2 anni a Palermo. Perché? E cosa ti ha rapito di quella città?

Verso i 30 anni ho deciso di rallentare oltre al mio modo di fotografare anche il mio modo di vivere.

Mia madre è di Agrigento, in Sicilia, ma non abbiamo mai visitato molto la Regione e io sentivo che Palermo poteva essere un luogo adatto per provare a cambiare ritmo di vita.

Poi scoprii attraverso una chiacchierata con un caro amico architetto che in quei mesi si sarebbe tenuta la biennale d’arte contemporanea Manifesta12 nella città e decisi di partire subito.

Sono stato immediatamente rapito dalla città e dall’energia che girava per le strade, Palermo mi è sembrata un luogo molto vivo, che sfruttava la biennale e il fatto che fosse anche capitale della cultura per avere una rinascita culturale.

Inizialmente la mia idea era di rimanere 6 mesi in città, invece me ne sono andato dopo poco più di un anno e mezzo e come me molte persone che erano passate per un mese o poco più sono rimaste e si è formata una sorta di comunità di artisti e non.

Trovavo e trovo tutt’ora delle similitudini tra Palermo e Roma e forse anche per questo mi sono sempre sentito molto a casa. Poi il senso della storia e della decadenza che si respira camminando per le strade mi ha travolto e affascinato.

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Valentino Bianchi, “Campo de’ Fiori” – scansione da pellicola Kodak

Cos’è MEUSA?

MEUSA è il risultato del lavoro prodotto nel mio periodo palermitano. Cerca di rappresentare il momento di rinascita culturale che la città ha vissuto negli ultimi anni.

Tale rinascita viene raccontata attraverso la comunità degli artisti, palermitani di origini o di adozione, che hanno scelto questa città come proprio laboratorio creativo.

Palermo è diventata una casa per molti di loro e col passare del tempo sempre più personalità legate alle arti vi si trasferiscono portando con sé il loro bagaglio culturale. 

Questo lavoro è diventato un libro edito da 89books e una mostra curata da Rosa Cascone che è stato esposta a settembre a Scicli in Sicilia all’interno di un festival chiamato “EX MACHINA” con artisti come Alex Majoli, Lola Shnabel, Parasite 2.0, Giuseppe Stampone, etc.

Ora vivi a Parigi. Cosa ti piace di questa città fonte di ispirazione per tutto il mondo?

Dopo 2 anni di Palermo avevo bisogno di rapportarmi nuovamente con una grande città e, complice il mio amore per la mia compagna che vive a Parigi, ho deciso di provare a passare un momento della mia vita in una delle città più belle del mondo.

Devo dire che il primo periodo non è stato dei più facili essendo arrivato a cavallo degli scioperi dei trasporti e l’arrivo della pandemia da Coronavirus.

Comunque anche all’interno di una crisi sanitaria che tutti stiamo vivendo la città rimane viva e regala tante chance che poi uno prova a cogliere.

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Resterai lì?

Per il momento direi assolutamente di sì. Ho appena finito di traslocare lo studio di camera oscura che avevo a Palermo qui a Parigi e sono alla ricerca di uno spazio adatto in cui costruire il nuovo laboratorio.

Una città che regala tante possibilità è un posto in cui si può costruire un futuro e questo è quello che sto provando a fare qui.

Poi chissà magari si ritornerà a Palermo o a Roma o da un’altra parte in un altro futuro, in finale non sono mai riuscito a stare fermo troppo a lungo in un posto. 


L’autore

Marco Amoroso è nato a Roma. Oltre alla professione di Art Advisor, è collaboratore freelance in ambito artistico-culturale per diverse realtà e intervistatore seriale nei suoi continui incontri con artisti e curatori.

Attualmente vive nel sud ovest della Francia.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Marco Amoroso)

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