Cultura Teatro

#Recensione: “Sonora Desert” al Teatro India

Recensione: “Sonora Desert” al Teatro India

Un’operazione artistica che aspira a portare altrove

I Muta ImagoClaudia Sorace e Riccardo Fazi – propongono con “Sonora Desert” un’esperienza che va oltre la semplice rappresentazione, che può essere definita una via di mezzo tra un’istallazione e una performance o, meglio ancora, un vero e proprio viaggio alla scoperta dell’Io. 

Il protagonista è ogni singolo spettatore che, con il suo bagaglio sensoriale e con la consapevolezza della propria coscienza, vive questa esperienza percettiva in una maniera totalmente unica, esclusiva e soggettiva.

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Lo spettacolo al Teatro India

L’evento a cui ho preso parte si è tenuto il 18 giugno 2021 presso il Teatro India – Teatro di Roma.

Il mio “viaggio” da spettatrice di “Sonora Desert” è iniziato subito, sono stata immediatamente catapultata in una dimensione “altra”.

All’ingresso del Teatro India ho notato subito delle scatole di plastica trasparente semivuote poggiate sulle panche.

Ad ogni scatola corrispondeva un numero e ad ognuno di noi è stato dato un cartellino con quello che sarebbe stato il numero della nostra scatola.  

Ci è stato chiesto di toglierci le scarpe e di riporle in una busta e inserirle nella scatola assegnata, poi liberarci anche di borse e qualsiasi tipo di oggetto superfluo.

All’interno di ogni scatola c’era un paio di calzettoni neri morbidissimi igienizzati: chi avesse preferito non procedere a piedi nudi poteva indossarli. Li ho indossati. 

Siamo stati guidati in una stanza nera e buia, al centro della quale c’erano dei pannelli neri disposti circolarmente come se fosse una galleria d’arte, o la stanza di un museo. 

Su ogni pannello c’era una pagina di libro incorniciata.

Probabilmente si trattava di un diario, il diario di qualcuno che raccontava di trovarsi nel deserto oscillando tra i 50 gradi di caldo insopportabile e il freddo gelido della notte.

Ho letto del forte bisogno di dormire, del silenzio assordante ma anche di forti rumori indefiniti, ho letto di paesaggi che sembravano dipinti a colori pastello e che nel deserto “il tempo non esiste”. 

Al centro di questa area era posizionata quella che supponevo fosse una lampada in movimento, come quelle che si usano per far dormire i bambini dove la luce si muove e disegna immagini sulle pareti della stanza.

Avvicinandomi ho letto che si trattava della “Dream Machine, la prima opera d’arte da vedere ad occhi chiusi”, che riproduceva le vibrazioni luminose tra 7 e 13 hz di onde alfa. 

Dopodiché siamo stati condotti in un’altra stanza e lì è iniziato il vero viaggio tra suoni, silenzi e rumori, colori e luci, sonno e veglia, vibrazioni e percezioni, sogno, coscienza e realtà. 

Proporre un’esperienza sensoriale così potente necessita certamente di un lungo percorso di studio e analisi, ma soprattutto un complesso processo creativo.

Così ho fatto qualche domanda a Chiara e Riccardo per aiutarci a capire un po’ meglio come è nato tutto questo.

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Mujer ángel, Desierto de Sonora, México 1979 (immagine di Graciela Iturbide)

Come nasce il progetto Sonora Desert? 

Da alcuni anni stiamo lavorando intorno alla questione del tempo e della sua percezione.

Quali testi mettere in scena, quali drammaturgie immaginare che facciano incontrare ciò che stiamo scoprendo sulla realtà del tempo e della memoria con il linguaggio della performance.

Ma anche quali forme altre, inedite, quali dispositivi immaginare che possano mettere in discussione la modalità usuale di relazione con il tempo e proporne altre, non quotidiane.

Sonora Desert” nasce dal desiderio di affrontare la paura più grande, quella della nostra finitudine.

Da una parte la neurobiologia, la fisica quantistica, la fenomenologia ci dicono che il tempo non esiste.

Dall’altra sentiamo con ansia sempre maggiore che il nostro tempo è limitato.

Avere paura del tempo significa avere paura della morte.

Abbiamo voluto immaginare una possibile via d’uscita a questa strettoia del pensiero, a questo sentire che immobilizza.

Abbiamo voluto passare del tempo con ciò che può far stare bene e che può aiutarci a non avere paura.

I primi viaggiatori di “Sonora Desert” siamo stati noi stessi. 

Avete trovato complicato il processo di studio delle frequenze sonore e visive e la loro commistione? 

Lo studio del rapporto tra frequenze sonore, frequenze visive, frequenze cromatiche e della relazione che queste instaurano con i diversi stati di coscienza è il cuore di tutto il lavoro.  

Abbiamo studiato tantissimo, le fonti sono davvero troppe per essere elencate qui, ma tutti i materiali continuavano a dirci una cosa importante, intorno alla quale poi tutto il lavoro si è sviluppato: è attraverso le vibrazioni che possiamo entrare in relazione con l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, con ciò che è lontano nel tempo e nello spazio e ciò che è incredibilmente prossimo.

La fisica teorica delle particelle oggi ci dice questo: tutto vibra, l’universo, noi compresi, non è altro che una nuvola in perpetuo movimento, dove ogni cosa è collegata. 

Il momento più delicato è stato quando siamo entrati in sala.

Il percorso è stato molto lungo perché tutto quello che stavamo studiando aveva bisogno di un continuo confronto con la dimensione empirica.

E soprattutto doveva dialogare con la dimensione immaginifica.

Sonora Desert” non è un esperimento scientifico che vuole provare qualcosa, è un’operazione artistica che aspira a portare altrove. 

Abbiamo passato intere giornate a “sottoporci” alle frequenze, a calibrare al millimetro i colori e l’intensità delle luci, a costruire assieme ad Alvin Curran la partitura di vibrazioni e suoni.

L’obiettivo era quello di arrivare a costruire un meccanismo che riuscisse a muoversi con delicatezza e precisione sul filo della dimensione liminale: tra lo stato di veglia e lo stato di sonno, tra la dimensione del racconto e quella del sogno, tra lo stato cosciente e la percezione inconscia.

Sonora Desert” non è un viaggio preciso, piuttosto è un invito a viaggiare: verso luoghi e tempi diversi per ognuno di noi. 

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 La risposta del pubblico è conforme alle vostre aspettative? 

Sonora Desert” è un esperimento.

Lo è nel senso che è costruito in maniera tale che la sua forma, il suo contenuto, non sono fissati e definitivi.

L’esperienza assume forma e significato diversi per ognuno: ogni elemento di “Sonora Desert” è pensato e lavorato perché possa dialogare nella maniera più libera con la dimensione inconscia dello spettatore.

È sempre una sorpresa anche per noi ascoltare i racconti di chi esce dall’esperienza.

Lo spostamento temporale messo in campo, l’aspetto sciamanico e curativo del viaggio, la caduta nella dimensione più intima di ognuno: tutto concorre a far sì che “Sonora Desert” si configuri in maniera diversa per ogni singolo spettatore.

Nessuna aspettativa dunque, ma desiderio di confronto condiviso intorno a qualcosa che assomiglia più ad un “fatto” che a uno spettacolo.

È anche per questo che abbiamo pensato allo spazio della Sonora Hall, dove accogliamo e accudiamo gli spettatori dopo il viaggio. 

Siete mai stati nel Deserto Sonora? 

È davvero importante saperlo?

The Parallel Vision ⚭ ­_ Myra Verdura)

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