Teatro

Invito a Teatro: aspettando il Teatrosophia

Guido Lomoro, direttore artistico del Teatrosophia, con questa appassionata intervista risponde al nostro “Invito a Teatro”.

Invito a Teatro: aspettando il Teatrosophia

Guido Lomoro, direttore artistico del Teatrosophia, con questa appassionata intervista risponde al nostro “Invito a Teatro”.

Questo giovane spazio polifunzionale si è caratterizzato, fin dai suoi primi passi, come la casa per coloro che amano l’arte.

Un momento di condivisione che si chiude con un interrogativo interessante alla luce di questa rubrica dedicata al teatro in emergenza Covid-19.


teatrosophia

C’era una volta il Teatrosophia: se dovessi compilare la sua carta d’identità, cosa scriveresti?

Teatrosophia ha un DNA ben preciso. È nato con il presuntuoso e forse utopico intento di dare spazio all’arte.

Agli artisti che meritano di essere definiti tali, con un occhio particolarmente attento ai giovani.

L’attenzione è stata rivolta, ovviamente, soprattutto al teatro, ma anche alla musica e alle arti figurative affinché le arti potessero “colloquiare” fra di loro. 

Ma Teatrosophia è “solo” una associazione culturale che può svolgere la propria attività esclusivamente rivolgendola ai propri soci.

Non abbiamo il dono del pubblico spettacolo perché la conformazione dei nostri locali non lo rendono possibile.

Quindi ci hanno concesso di operare, ma al tempo stesso ci hanno posto 1000 ostacoli.

Tutto questo nell’ambito di una contraddizione e di una ipocrisia tipicamente italiana.

Come associazione culturale “privata” non abbiamo avuto diritto a nulla. Semplicemente perché non “esistiamo”.

E se già il teatro ufficiale versa in condizioni di vera agonia, figuriamoci in che condizioni sono costrette ad operare le realtà come la nostra.

Realtà che, nell’emergenza Covid-19, continuano a non esistere e in quanto “non esistenti” nulla ci è pervenuto a livello di sostegno economico.

Dunque, tornando alla domanda, sinteticamente rispondo: “C’era una volta Teatrosophia, che voleva dare il proprio, se pur piccolo, contributo alla diffusione della cultura“.

Guido Lomoro
Guido Lomoro (foto: Matteo Nardone)

Ma oggi c’è ancora! Sogni, speranze e progetti per il post quarantena

Potrei rispondere elencando tutti i sogni che avrei in testa, tutti i progetti che da tempo ho già elaborato, tutte le speranze che ho sempre nutrito. Che esistono, sia chiaro. Ma solo nella mia testa e nel mio cuore. Ma la parola “speranza” ora è fragile.

Al Teatro servono 2 cose: soldi e pubblico.

Quando finirà questa emergenza, continueranno a mancare soldi e pubblico.

Ora ci affanniamo a trovare soluzioni alternative per far convivere l’emergenza sanitaria con una prossima futura parzialissima, difficilissima riapertura. E dopo?

Soldi perché chi fa teatro, soprattutto le piccole e piccolissime realtà artistiche e organizzative, deve poter vivere di teatro. I soldi fino ad oggi sono andati ai soliti noti. Ma esiste una capillarità teatrale, sia a livello di artisti che di operatori, che non è considerata.

Pubblico perché il teatro lo si fa per il pubblico oltre che per seguire una personale passione. La pandemia ha sul teatro un effetto ancora più deleterio rispetto ad altre attività. I suoi problemi sono ben antecedenti al Covid.

E partono da un dato di fatto: Le persone lo frequentano poco.

E la paura contagio, unita al “fastidio” di dover indossare pure una mascherina, le terrà ancor più lontane. E una volta tornata la normalità ci ritroveremo comunque con i problemi di sempre.

Per quanto mi riguarda operare dovendo rispettare le misure di sicurezza è peggio che restare chiusi. 

Io credo che le istituzioni dovrebbero approfittare di questo momento di stasi forzata per fare una profonda riflessione su quanto la cultura e il teatro in particolare siano stati trascurati.

Basterebbe tornare a qualche decennio fa quando il teatro era nel nostro DNA. Quando faceva parte della nostra vita come fonte culturale di apprendimento, come mezzo catartico, come svago intelligente, come canale dell’emozione.

Una volta constatato che ormai siamo lontani da tutto questo, una volta preso atto che la cultura, soprattutto in un Paese come il nostro così potenzialmente ricco, deve tornare a essere il vanto e il mezzo di crescita principale di un popolo, ma anche, che può e deve rappresentare una fonte di ritorno economico per lo Stato, credo sia necessario intervenire alla radice con una progettualità necessariamente a lungo termine.

Non solo provvedimenti temporanei e di mera copertura di un danno momentaneo ma un intervento di riqualificazione culturale che porti nuovamente le persone ad amare e a frequentare il teatro. Difficilissimo. Complicatissimo. E dunque altamente improbabile lo so.

Ma sarebbe l’unica strada. Ripartire dalle scuole. Dai giovani. Partire dal territorio: una capillarità politico-culturale degli enti locali, informativa e aggregativa. Promozionale.

L’utilizzo della televisione e dei social, ma non per fare il teatro in TV oppure online ma per presentarlo, illustrarlo. In maniera fruibile, semplice, accattivante.

Il teatro è per tutti. Ed è cosa viva.

Fatta di sudore, dialogo, trasmissione viva di emozioni, scambio tra attore e pubblico. Il teatro italiano è composto da schiere di artisti e di operatori non certo famosi ma carichi di talento e passione, distribuiti su tutto il territorio che potrebbe rappresentare il “teatro a portata di mano” per quel pubblico che torni nuovamente ad amare questa forma d’arte. 

Ma prima di tutto bisogna risvegliare questo amore. E questo ha bisogno di tempo. Molto tempo.

Di una forte, ferrea volontà da parte delle istituzioni. Chi fa questo mestiere si è abituato ad accettare tutto. L’amore per il teatro è talmente accecante, è un bisogno talmente insopprimibile, che si accetta tutto pur di farlo.

E allora mi domando: io che amo dare spazio agli artisti, io che amo dare spazio alle giovani realtà, ma cosa posso garantire loro? E a Teatrosophia?

Termino questa lunga risposta con una domanda. Sono disposto, come Teatrosophia, a continuare a fare Teatro in qualità di struttura non riconosciuta?

Sono disposto a non guadagnare e spesso a non coprire nemmeno le spese?

Sono disposto a operare in una società in cui il teatro non è sufficientemente amato?

Sono disposto a continuare a sentirmi dire: “Ah fai teatro? Bello! Ti diverti eh? Ma a parte questo che lavoro fai?“.

Non rispondo adesso. Ma risponderò. Presto.

Mi piace il teatro, bella copia della vita.

Franca Valeri

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)

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