Musica

#Intervista: Bandabardò, da 26 anni portatori sani di sorrisi nel mondo

26 anni di carriera e 1618 concerti sul groppone. La Bandabardò continua, dal 1993, nella missione di promuovere amore, bellezza e sorrisi in giro per il mondo, senza perdere un grammo della sua forza.
Ho parlato con Erriquez poco prima del concerto a Villa Ada – Roma incontra il mondo 2019 dello scorso sabato 6 luglio, trovandolo sempre positivo, sorridente e pieno di entusiasmo alla vigilia della presenza numero 6 della BB davanti al laghetto. Un luogo che per il gruppo ha sempre “un senso enorme“.

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Erriquez

Quante volte siete già stati a suonare a Villa Ada?
Tra concerti nostri e apparizioni varie è la sesta volta.

Come la ritrovi, quest’anno?
Sempre splendida. È un posto che ti abbraccia, che ha un calore particolare. “Roma incontra il mondo” per noi ha un senso enorme: sentiamo veramente questa unione tra musicisti a livello mondiale. Un palco che non ti lascia indifferente e ti dà una voglia di suonare terrificante. Poi noi siamo sempre rimasti molto “cugini di campagna”! Non nel senso del gruppo, ma di quelli un po’ ignorantelli che vengono nella Capitale, a Roma, tra persone che vedono tanti concerti. Quindi nulla è detto né scontato e questo ci stimola ancora di più.

26 anni di “matrimonio” della Bandabardò, che vi rende una delle band più longeve d’Italia. C’è un segreto?
Questa ce l’hanno fatta spesso e secondo me il fatto di essere toscani molto ci aiuta, nel senso che la nostra schiettezza nel portare avanti i rapporti umani ci rende impossibile il litigio, il rancore o il tenersi dentro le cose. Da subito c’è stato un grandissimo rispetto tra di noi che ha voluto che chi sapesse scrivere le canzoni continuasse a farlo tranquillo, senza altri che “bubano” (in toscano, “parlare sottovoce con tono di disapprovazione”, ndr). Ognuno, a seconda delle proprie specificità, ha trovato un suo settore. Per cui siamo diventati veramente una piccola cooperativa, quindi “vietato mancare al tuo lavoro”! Nel senso che tutti hanno avuto una parte importante in questa cavalcata di 26 anni.

Un gruppo che lotta “per un mondo a misura di donna e di bambino e per vedere un giorno trionfare allegria e gentilezza” come sta vivendo questi ultimi difficili anni tra porti chiusi, razzismo e intolleranza crescenti? 
Li stiamo vivendo, appunto, come una vera e propria lotta. È come la felicità: non è che se la raggiungi poi sei felice per tutta la vita. Ogni giorno devi coltivare, coccolare, assicurarti che ci sia. Noi continuiamo a cercare di dimostrare che col sorriso vivi meglio, che senza violenza vivi meglio. Con i fatti e con le nostre canzoni proviamo a raccontare che c’è spazio per il cuore, per le grandi pulsioni di affetto e di amore. Facendo il nostro lavoro è più facile reggere questa bomba di stupidità e sopraffazione. Di “Io – io – io” che c’è nel mondo. Perché noi incontriamo tanta gente meravigliosa in tutta Italia che si danna l’anima per cercare di portare avanti la parola “comunità”. Poi sai, l’empatia si impara anche: se in questi 26 anni siamo riusciti a far capire alle persone che c’è un mondo di cui preoccuparsi abbiamo raggiunto un grande scopo.

A proposito di persone meravigliose, voi avete festeggiato lo scorso 7 dicembre al Nelson Mandela Forum di Firenze il vostro 25esimo compleanno. Proprio pochi giorni fa la nipote di Mandela, Ndileka, è stata qui a Villa Ada per una conferenza. Secondo te c’è oggi qualcuno che potrebbe incarnare una figura simile, ambasciatrice di pace e uguaglianza?
Io non auguro a nessuno di diventare il successore di Mandela perché lui ebbe una vita di sofferenza paurosa e comunque riusciva a scrivere alla famiglia messaggi positivi sul cercare di vivere bene, di studiare, imparare, viaggiare. Penso che personaggi fantastici come Gino Strada, ad esempio, ce ne sono in ogni Paese. Credo più in un’associazione di persone di cuore che nel mio immaginario notturno si dovrebbero unire in una specie di congrega di saggi e dire “ora basta, si riparte daccapo”.

Tra i vostri 1618 live in giro per il mondo, c’è un pubblico e un concerto che ti sono rimasti più nel cuore?
È difficilissimo da dire perché noi abbiamo frequentato la provincia della provincia come la metropoli. Ci siamo trovati a suonare in Canada o in Messico… Dove vai ti emozioni perché hai a che fare con gente che magari è un anno che aspetta quel concerto, soprattutto nelle zone più impervie e desolate e poi vedi gli anziani che cantano a menadito le canzoni! Certo che quando suoni in città grandi e senti questa cultura musicale nelle persone forse c’è un po’ più di attenzione. Ma l’energia che ci metti è sempre quella. E ciò che ricevi è meraviglioso.

Com’è nato il nuovo singolo “Zobi la mouche“? È qualcosa di ufficiale?
No, non lo è. Noi la suoniamo da un bel po’ in un’altra versione rispetto a quella che è stata registrata, una versione prettamente live. Serviva un tappeto sonoro per far vedere i ritagli di immagini di questa festa meravigliosa al Mandela. In questi 3 minuti e 50 abbiamo costruito un’altra versione di “Zobi la mouche” molto carina. Poi ci è uscita la parola “singolo”, ma non lo ritengo tale.

Quindi questa canzone non è il preludio a un nuovo album? 
No, non vogliamo più fare dischi. Soprattutto perché il cantante che scrive le canzoni non c’ha più voglia! (ride, ndr). Sono tanti soldi ed è un impegno psicofisico devastante. E poi, francamente, mettersi a lavorare per un album è una cosa che non ho più voglia di fare. Ora stiamo accumulando canzoni e ho proposto di lavorare su ogni singolo pezzo: quando abbiamo tempo si scrive, si arrangia e gli si dà una vita. E stiamo andando bene: abbiamo 3 canzoni pronte, tutte molto bellocce. Il mio sogno è fare come i giovani (con la “O” aperta”, ndr): realizzare un video, mettere la canzone su Internet e ciao. Poi dopo 1-2 mesi fare lo stesso e così via. Non è sicuramente più tempo per chiudersi un mese in studio. Poi un disco non lo abbiamo mai interpretato come una serie di canzoni random ma sempre con un filo conduttore. Per cui è stancante.

Mi descrivi la Bandabardò con un accordo e 3 parole?
L’accordo è sicuramente un Do maggiore: sia che parliamo di morte o di vita abbiamo sempre questa allegria e questa convinzione che il sorriso sia un’arma devastante. Se devi affrontare una cosa terribile che ti sta succedendo, molto meglio affrontarla se sei forte. E sei forte grazie all’allegria: io non conosco altri sistemi. L’allegria è l’arma che ti permette di andare a parlare con un idiota che sta dicendo cazzate e te col sorriso in faccia dici la tua e lo vedi disarmato. Il Do maggiore è l’accordo per eccellenza che riunisce tutte le voci. Difficilmente, facendo un pezzo con questa tonalità, c’è qualcuno che non può cantare.
Le 3 parole sono, appunto, “allegria”. Poi “comunità”, un termine fantastico. Io non ho ego. O meglio: il mio ego passa attraverso qualcosa fatta insieme che ottiene dei riscontri. Ed è la cosa che ci riempie di più. Infine “energia”, una cosa che hanno tanti artisti ma che noi mettiamo al servizio di una festa, fino all’ultima goccia. Non è un’energia heavy metal, speed metal o hardcore in cui suoni forte e spacchi i timpani. L’energia è la voglia e la gioia di vivere, di essere tutti insieme a cantare. E per noi è il regalo più bello.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)
(Foto: © Emanuela Vertolli)

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