Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Eleonora Tosto

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo (e un libro, e un disco) sulla musica popolare. Lo spettacolo si intitola “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”, è stato in scena al Teatro Marconi dal 21 al 24 febbraio e sarà all’Auditorium Parco della Musica il prossimo 24 aprile con l’obiettivo di “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Eleonora Tosto è un’interprete nata e cresciuta a Roma, di cui si porta sempre appresso Petrolini, Gabriella Ferri e quello sguardo sornione verso la vita. Ci ha parlato del dialogo fra modernità, tradizione e contaminazione, 3 punti centrali dello spettacolo “Viaggio in Italia“.

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Eleonora Tosto (Foto: © Tamara Casula)

Che cos’è per te una radice?
Una radice è la profondità delle nostre esistenze, la nostra storia, la nostra memoria, che dal suo gambo sale fino a dare nutrimento e senso al nostro presente.

Il tema del vostro spettacolo è il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Tu ce l’hai un paese da cui sei andata via?
Ho sempre vissuto nella mia città, una metropoli antica, Roma. Non l’ho mai lasciata per lunghi periodi e forse non ho avuto modo di sentirne la profonda mancanza.

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Collettivo AdoRiza (Foto: © Capture Studio)

Ma c’è qualcosa che ti porti appresso di questo “paese”?
Mi porto appresso quel modo leggero e sornione di guardare la vita. Una certa romanità irriverente, geniale, quella di Petrolini o di Gabriella Ferri, che hanno contraddistinto i miei ascolti e i miei riferimenti culturali.

La modernità, degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura, e a metterlo in scena sono persone più vicine alla modernità che alla tradizione.
Nel nostro spettacolo, passato e modernità coesistono; abbiamo scelto di farle dialogare per far riemergere capolavori della tradizione spesso caduti nel dimenticatoio. L’idea è insita sia nel nostro nome sia nel titolo dello spettacolo: in AdoRiza, il nostro collettivo, giovani artisti scelgono di cantare le proprie radici, vestendo i canti ancestrali di ciò che siamo. Ognuno di noi, con la sua storia personale e musicale, interpreta quella radice colorandola dell’oggi e, in un certo modo, di “modernità”, senza emanciparsi dalla tradizione ma fotografandola con lo spirito del presente.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

Per certi versi la musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri diversi e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi di mestiere fa l’interprete, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Per un interprete confrontarsi con il repertorio popolare è una sfida enorme, perché se da una parte può esserci la semplicità tematica e armonica, rappresentata dalla tradizione orale e dalla differenza sostanziale con la musica eurocolta, dall’altra parte questo materiale mette in luce la capacità o l’incapacità dell’interprete di restituire verità, semplicità, emozione. La musica popolare ti mette in uno stato di grazia in cui non è la partitura a essere il centro dell’esecuzione, ma il rapporto con la voce del passato. La capacità deve essere quella di restituirla, rileggendola in modo autentico.

Che ruolo hai nello spettacolo?
Interpreto una delle più belle serenate della mia città, “Serenata sincera”, che racconta un amore non corrisposto. Trovo però che in “Viaggio in Italia” la cosa più interessante sia non avere ruoli fissi: ognuno di noi contribuisce ad aggiungere un tono preciso per la formazione di una grande tela, dove tutti i colori acquisiscono significato nella contaminazione con gli altri.

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)

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