Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Paola Bivona

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo (e un libro, e un disco) sulla musica popolare. Lo spettacolo si intitola “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”, è stato in scena al Teatro Marconi dal 21 al 24 febbraio e sarà all’Auditorium Parco della Musica il prossimo 24 aprile con l’obiettivo di “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Paola Bivona, interprete, è nata a Pontedera, ma la sua famiglia ha origini siciliane. Ci siamo soffermati sull’importanza del canto e sul valore dei ricordi, che per lei riguardano spesso storie di un paese che non ha vissuto.

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Paola Bivona (Foto: © Nuovo Metastudio)

Per te che cos’è una radice?
È l’attaccamento a un luogo, che non è necessariamente quello in cui siamo nati.

Per te è effettivamente così? Hai un legame con una terra che non è quella in cui sei nata?
Dopo essersi sposati, i miei genitori si sono trasferiti in Toscana perché mio padre, piaggista, ha trovato lavoro a Pontedera. Sono toscana ma, se penso alla mia radice, penso alla Sicilia: la mia famiglia è di origine siciliana e ci vado tutte le estati da quando sono nata.

La radice si può legare a qualcosa di affettivo oltre che geografico?
Per me è così: la Sicilia è una meta da raggiungere ogni anno, e la aspetto con felicità.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

Questo discorso si collega al tema del vostro spettacolo, il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Il tuo caso è particolare, perché torni in un paese da cui non sei andata via.
C’è un disco di Dimartino, ispirato a questa frase (“Un paese ci vuole”, pubblicato nel 2015, ndr), che è piaciuto molto a mio padre, attaccatissimo alla sua terra. Un paese ci vuole davvero, anche se la vita è altrove.

Quando si va via dal proprio paese ci si lega spesso ai ricordi del luogo. I tuoi ricordi della Sicilia però sono “di seconda mano”.
Ed è una fortuna che sia così. Sono nata e vivo in una città eterogenea, ma sono legata a una terra che i miei genitori mi hanno fatto conoscere, forse per mantenere un contatto con le origini familiari. È un valore in più.

Questo aspetto della tua vita in che modo si è legato a “Viaggio in Italia”?
Mi ha permesso di comprendere meglio alcune canzoni e di emozionarmi sui pezzi della tradizione meridionale. Al di là di questo, però, sono fiera di cantare una canzone toscana (“La leggera“, ndr): mi impegno a far emergere tutta la toscanità che c’è in me (sorride, ndr).

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(Foto: © Nuovo Metastudio)

Alla fine la canzone rappresenta l’anima di un luogo.
È questa la bellezza dello spettacolo: ognuno ritrova un piccolo pezzo della propria terra. 

Canti spesso in diverse lingue e in qualche modo ti sei già avvicinata alla musica popolare, ma di altri paesi.
Le canzoni che canto in altre lingue sono sempre popolari per quei posti: ninne nanne e filastrocche brasiliane, canzoni country o canti di protesta americani.

Le nostre canzoni popolari però hanno una genesi diversa da quelle che siamo abituati ad ascoltare oggi. Per un’interprete è stato istruttivo, dal punto di vista tecnico, il confronto con una materia di questo tipo?
Quando canto sto molto attenta al suono della mia voce. Grazie allo spettacolo ho capito che per cantare queste canzoni bisogna semplicemente immedesimarsi nella voce protagonista e interpretare con più trasporto. Un’esperienza così, da sola, non l’avrei mai fatta.

Adoriza-22“Viaggio in Italia” ha un valore aggiunto: è realizzato da artisti giovani, anagraficamente lontani da quel mondo. Quanto è stato complicato capire quelle storie?
Tanti miei compagni sono molto legati alle tradizioni musicali, perché provengono da paesi in cui si suona ancora, quotidianamente, musica popolare; altri invece sono lontanissimi da quel mondo, ma si sono immedesimati profondamente. Io mi sento un po’ nel mezzo. Il fatto di appartenere a un’altra età ci ha uniti di più; la difficoltà sta nel far capire alle persone l’importanza di questa musica.

Il vostro, peraltro, è sì uno spettacolo sulla musica popolare, ma completamente rimodernato nei suoni.
L’arrangiamento è stato costruito con estrema cura per renderlo fruibile al massimo e i testi delle canzoni si possono inserire senza fatica nel contesto contemporaneo. La materia non è poi così attempata.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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