Recensione

#Recensione: “L’Angelo sterminatore” al Teatro Trastevere

“L’uomo reca in sé la propria condanna e la propria salvezza. La sua stessa anima è la gabbia che lo terrà prigioniero”

Dal 5 al 10 dicembre è andato in scena presso il Teatro Trastevere questo brillante adattamento de “L’angelo sterminatore” di Luis Buñuel, per la regia di Susanna Lauletta e Alessandra Silipo. Al rientro da una sera trascorsa a teatro, una famiglia dell’alta borghesia invita a cena i suoi ospiti. Dopo aver assaggiato le pietanze preparate dall’impettita padrona di casa e aver scambiato qualche lieve scaramuccia, i commensali si ritrovano nel salotto della splendida abitazione.

Cominciano così a svilupparsi più distesamente le affinità (che ben presto scivolano in palpabili tensioni erotiche), così come le divergenze, man mano sempre più aspre. Eppure mai vissute fino in fondo, bensì costantemente trattenute e ricondotte automaticamente all’ordine in nome della buona condotta.

L’intero testo de “L’Angelo sterminatore” oscilla fra equilibri precarissimi, messi perpetuamente a prova dalla sostanziale anarchia della loro condizione di reclusi, al tempo vagamente preoccupati dal tifo che imperversa là fuori (per il quale si cerca un responsabile che arriva da lontano, al quale non si riesce quasi a dare un volto) e quindi non sufficientemente consapevoli del pericolo al quale si stanno consegnando, lì dentro.

In apparenza al sicuro, protetti da quelle sontuose mura e dalle raffinate maschere sociali che sono costretti a indossare. E allo stesso tempo del tutto esposti alle pulsioni più violente racchiuse nel loro animo. Ben presto, senza che nessuno sembri essersene reso conto si è quasi fatta l’alba: ognuno dei commensali avrebbe di meglio da fare che continuare ad attendere il nulla, per giunta con compagni così poco graditi.

Eppure sono tutti ammaliati dalle chiacchiere sempre più rarefatte, dal sortilegio al quale hanno dato vita loro stessi, senza alcuna consapevolezza. Tanto da rimanere tutti lì fermi nel salotto per la notte, scegliendosi ognuno un giaciglio di fortuna. Ancora candidamente divertiti da quel che sta accadendo. Al risveglio avrà principio concreto la loro prigionia, al quale è impossibile sottrarsi.

Un sogno a occhi aperti che assume i contorni della stessa condizione umana, che la mistifica, la svuota di ogni significato fino a ricondurla ai meccanismi più elementari: saranno sufficienti poche settimane perché l’elegante borghesia rinchiusa in quel soggiorno, priva di cibo, d’acqua e d’aria perda ogni differenza con un mucchio di animali in gabbia. E non cominci appunto, a mordere, a tendere spasmodicamente il corpo in cerca di cibo, sesso, violenza. Semplice spazio vitale per potersi riconoscere ancora.

L’Angelo sterminatore” è una rappresentazione ricca e vibrante, che conserva intatto lo spirito di Buñuel. Che si fa gioco di ogni mezzo espressivo per catturare quella tensione e restituirne elementi di riflessioni sospesi, ordini costantemente sovvertiti per trasmettere al pubblico la distanza sostanziale fra ciò che è e ciò che si nasconde fra le ombre. Per ripristinare il disordine in nome della verità più nuda. L’opera ha visto in scena Stefano Ferrara, Stefano Flamia, Valerio Giordano, Emanuele Guzzardi, Susanna Lauletta, Fabrizia Scopinaro e Alessandra Silipo.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Flavia Cidonio)
(Foto: © Emilia De Leonardis)

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