Cultura

#Intervista: Christophe Chassol, l’inventore dell’Ultrascore incanta Roma

Abbiamo incontrato il compositore francese Christophe Chassol al termine del suo concerto al Monk di venerdì 4 novembre, nell’ambito del Romaeuropa Festival. Inventore del genere Ultrascore, Christophe racconta il mondo attraverso la sonorizzazione della realtà, con performance che coniugano videoarte e improvvisazione musicale. “Big Sun” è il terzo capitolo di una trilogia che lo ha portato a viaggiare alla ricerca di suoni prima a New Orleans, dove è nato “X-Pianos“; poi a Calcutta e Varanasi, luoghi dell’album “Indiamore“; e infine nella Martinica, la sua terra d’origine.
Ascoltiamolo.

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Christophe, tu sei nato a Parigi ma vieni dal Martinica. Due luoghi differenti, due diversi modi di fare musica. Come hanno influenzato il tuo stile?
Non sono poi così diversi, per la musica del 20esimo secolo. Credo che quello che abbiamo dentro sia lo stesso per tutti. Prendi me, per esempio: sono nato a Parigi, i miei genitori sono del Martinica e suono il piano. Ma potrebbe essere la stessa cosa per uno che gioca a pallone o impara lo spagnolo… Le cose che fai e quello che sei sono uguali per tutti.

Tuo padre è un musicista. Hai iniziato con lui? E com’è andata?
Sì, è stato grazie a lui. È un sassofonista che suonava parecchio in giro. Ho iniziato a frequentare molto presto il Conservatorio e lui è stato il nostro insegnante, ci faceva provare tanto e se la cavava bene. In effetti è stato più di un maestro, ci ha insegnato la tecnica e ci ha fatto capire cosa vuol dire lavorare sodo.

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So che hai studiato al Berklee College of Music di Boston. Che esperienza è stata?
Sì, l’ho fatto solo per un anno. È stata una bella esperienza all’estero, lontano dai miei amici. Si trattava di fare musica senza avere il pensiero di trovare un lavoro grazie alla borsa di studio che avevo vinto. Avevo 20 anni all’epoca e, beh, mi sono divertito come un qualsiasi ragazzo di quella età! E ho approfondito molto la mia conoscenza della musica.

Parliamo di “Big Sun”. Come hai organizzato il lavoro per il disco? Hai lavorato da solo o con una squadra di tecnici e musicisti?
Non si lavora mai completamente da soli. Inizialmente ho un’idea e comincio a lavorarci su. Poi contatto qualche persona che so può essere utile al mio progetto, perché credo possa realizzare quello che io vedo con i miei occhi e dire quello che vorrei dire. Ci incontriamo e decidiamo quali musiche e partiture scegliere, per creare il quadro migliore.

Com’è stato il concerto di stasera al Monk?
Bello! Anche se abbiamo avuto qualche problema nel corso della serata. Il posto comunque mi è piaciuto. Ho commesso qualche errore, ma insomma non mi importa! (ride). E credo che neanche al pubblico sia importato molto. Loro hanno percepito l’errore, ma nessuno ha protestato e questo l’ho apprezzato. La perfezione non esiste, non si può passare un intero concerto stando attenti ad andare a tempo!

Com’è stato il lavoro di “traduzione” delle immagini che hai proiettato durante l’esibizione nella tua musica?
Lo faccio da tanti anni, è un lavoro abbastanza lungo. Si tratta di scegliere i video giusti, editarli, vedere effettivamente quello che succede nei filmati e metterli insieme. Sperimentare molto, insomma. E infine trovare la tecnica e l’approccio giusti per esprimere idee più profonde di quello che si vede. Questo almeno è il punto di partenza.

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Quanto spazio c’è per l’improvvisazione, nei tuoi show?
Tanto. Diciamo il 50% di quello che senti. Anche se in realtà la mia musica è al 100% scritta e al 100% improvvisata allo stesso tempo, perché cambia sempre il modo in cui interpreti la partitura.

Quanto ci vuole a combinare una musica scritta da te con, ad esempio, il canto degli uccelli?
Parecchio tempo! Torni a casa con tutta una serie di immagini che hai preso in giro, poi ne scegli una, ci fai un loop, cerchi di trovarci la musicalità, provi a suonarci su qualcosa, confronti, trovi la chiave giusta, poi ti metti ad editare, poi esporti la traccia, cerchi di adattarla agli altri strumenti… A quel punto l’idea iniziale se n’è andata da un pezzo! Per cui devi cercare di fare tutto il più in fretta possibile solo per vedere se funziona. Qualche volta devi fare diverse prove che richiedono tanto tempo per avere un’idea di cosa può andare e cosa no. Bisogna essere il più veloci possibile.

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Più o meno quanto tempo ci metti? 
Una vita intera!

Nel prossimo progetto continuerai a lavorare sul metodo compositivo Ultrascore?
Non lo so, la vita funziona a cicli. Magari un giorno scopri un ragazzo dei ’60 che già mixava musica e immagini e faceva roba incredibile! In passato sono state già fatte cose splendide, per questo parlo di cicli.

Hai pensato a quale può essere il prossimo step della tua musica?
Un luogo migliore, un produttore migliore, arrangiamenti migliori. Tutto un po’ meglio, ecco. Cercare di fare sempre qualcosa in più. E di farlo meglio di prima.

(MACHER)

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