Cultura

“Culture of the Spirit”, arte, musica e meditazione in Val Borbera

Ho preso parte a diversi festival, come spettatrice, come autrice e per un certo periodo anche come direttrice artistica. Raramente ho visto qualcosa di tanto ricco e intenso come il festival “Culture of the Spirit”, giunto alla sua ottava edizione.

Si svolge l’ultimo week end di luglio nella Val Borbera all’interno di un’area naturale, a ridosso del fiume omonimo. Si respira un’atmosfera davvero unica. Un progetto titanico reso possibile anche grazie alla collaborazione di tanti artisti, tecnici e volontari.


Durante le giornate del festival si esibiscono – su tre palchi situati in punti diversi della magnifica area naturale che accoglie la manifestazione –  artisti provenienti da tutto il mondo, a partire dalla mattina del sabato il programma è fitto di appuntamenti.

Si passa dalla musica classica indiana del Sahaj Group alle contaminazioni degli Indialucia che riescono a creare combinazioni indimenticabili tra la chitarra flamenco e il ritmo delle tablas, dando vita a un crescendo di suoni festoso capace di costruire una cultura comune senza (dis)perdere la bellezza delle singole identità musicali.

Sotto la direzione artistica di Monia Giovannangeli e Victor Vertunni, che ho avuto l’onore di affiancare nella conduzione della kermesse, con la direzione musicale di Carlo Gizzi, “Culture of the Spirit” rappresenta un appuntamento che ha una valenza internazionale preziosa. Al centro del festival ci sono i valori che esaltano arte e spiritualità, perché il senso profondo dell’arte risiede nella parte più intima dell’essere umano.

Non credo sia un caso quando di fronte a delle creazioni artistiche sentiamo una spinta, una connessione, che va al di là della percezione razionale dell’opera stessa. Lì si tocca il confine  tra l’artista e il “divino”, o lo spirituale. Quel punto oltre il quale l’arte ci permette di sperimentare l’infinito nelle possibilità della percezione umana.


Lo si avverte nelle danze perfette e straordinarie di Kinga Malec, nel bharatanatyam genere danzato da Valeria Vespaziani, nell’eleganza del Kuchipudi danzato da Marzia Coletti e dalla maestra Siddhi Basale, nella vastità del repertorio della Divine Symphony Orchestra, divina per davvero.

E ancora nell’esibizione al piano a 4 mani del duo Carlo Gizzi –  Oxana Tchijevskaia, nei suoni profondi e ricercati del progetto “Children of the future age” di Victor, Maxime e Leo Vertunni, musicista poliedrico che si è esibito anche in un concerto con il sitar. Dall’ampio ventaglio di suoni e melodie che si incontrano nel gruppo ucraino The Havenly River, nella grazia dei Santa Cecilia, nell’energia dei Vilamba, nella musica di Lorenzo Squillari, nell’esperienza straordinaria e davvero unica di Tanya Wells e Paulo Vinicius che propongono un progetto musicale di rara bellezza: “Seven Eyes”.


Infine, nella potenza, nella preparazione e nella grande voce di Anandita Basu, esponente mondiale della musica Sufi, in particolare del Qawwali. E poi ancora nel ritmo di Giridhar Udapa musicista di fama mondiale, specializzato in un antico strumento a percussione che è il ghatam, nel musicista di flauto bansuri e grande interprete della musica classica indiana Shakthidhar Lyer, nella musica di Federico Marincola e Martine Zbylut con i loro canti dalla tradizione giudeo-sefardita, nella forza di Gaspar Hunt, nella delicatezza di Emma Turley.

Si sono esibiti, inoltre, artisti giovanissimi, con esperienza, preparazione, presenza scenica e una non scontata umiltà. Tra questi Petra, cantante slovacca, Emanuele Lebboroni, cantautore e i Gentle Hum esponenti di un pop raffinatissimo, talmente belli da lasciare un sorriso stampato sul volto dei fortunati spettatori.


Molti degli artisti presenti erano anche docenti della Nirmal Arts Academy, esperienza di formazione aperta a tutti e dedicata all’arte, che si svolge nei dieci giorni precedenti il festival, organizzata dalla compagnia Theatre of Eternal Values (TEV) con gli stessi Giovannangeli e Vertunni.

La musica, la danza, la bellissima mostra fotografica di Enrico Cano e il teatro che racchiude in sé tutti questi linguaggi si sono incontrati creando fusione di generi e aprendo spazi verso qualcosa di davvero unico: l’esperienza della condivisione di culture diverse, che non hanno bisogno di confini, ma di stare insieme per scoprirsi e valorizzarsi reciprocamente. Per condividere e creare bellezza.


Questo è anche al centro della cultura Sahaja, fonte primaria di ispirazione del festival. Durante la rassegna si può provare l’esperienza della meditazione Sahaja Yoga, diffusa a livello mondiale da Shri Mataji Nirmala Devi a partire dagli anni ’70 in India e che nasce proprio come possibile risorsa per permettere di realizzare quei principi di pace interiore e benessere che trovano, in alcuni casi, il punto di sublimazione proprio nella creazione artistica.

L’auspicio è che il prossimo anno “Culture of the Spirit” possa essere goduto da un pubblico ancora più vasto e numeroso.

Info:
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(N.S.)

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