A Roma mancavano da sei anni. Agli occhi del sottoscritto, invece, da 17. Era il 1999, infatti, quando li vidi per la prima e unica volta dal vivo. Fu al Dall’Ara di Bologna e i Wilco erano gruppo spalla, assieme ad Afterhours e Suede, dei R.E.M. Rendiamoci conto di questo un attimo. Wilco–Afterhours–Suede, gruppi spalla dei R.E.M. Davvero altri tempi.
Rivedere quindi Jeff Tweedy essersi completamente trasformato rispetto al ragazzetto conosciuto su quel palco bolognese mi ha fatto un enorme effetto. Ma è stato bellissimo, lo ammetto. Un giovane americano magro, sbarbato, accigliato e vagamente cupo allora. Un uomo barbuto, occhialuto, sorridente, con parecchi chili in più e anche molta più sicurezza e consapevolezza di sé ieri sera. È stato toccante, in un certo senso.
E mentre i Wilco di 20 anni fa non mi fecero una grandissima impressione, quelli “fatti e finiti” di ieri a Villa Ada sono stati semplicemente strepitosi. Una band che ormai non fa più da spalla a nessuno, un sound profondamente legato al folk e al country ma irrimediabilmente sporcato dalla vena indie che in Jeff pulsa sempre a 100 all’ora. Non si spiegano, altrimenti, quelle linee melodiche particolarissime eppure struggenti, i semplici giri di chitarra che però non vanno mai a finire dove ti aspetti.
L’impronta dei Wilco emerge chiarissima in ogni brano, è anche inutile parlare di “identità” perché se sei in giro da 20 anni, è assodata da un pezzo. Così come era scontata la grandiosa affluenza di pubblico al laghetto, gente figlia dei ’90 per larga parte. Ma anche una grande presenza di giovanissimi, a dirla tutta insospettabile. Oppure ovvia, visto che di gente che arriva al cuore delle persone ce n’è poca. E chi meglio dei ragazzi degli anni zero lo capisce.
E Jeff, all’epoca, questo fu. Un ragazzo figlio del suo tempo. Accigliato e cupo. Ma pur sempre uno che non è rimasto impantanato in quella decade maledetta e benedetta. Uno che “ce l’ha fatta”, che adesso ha la barba lunga, gli occhiali e sorride sornione da sotto il cappello alla Bob Dylan. Un nuovo menestrello che dai ’70 ha imparato la lezione di saper raccontare storie con la musica e che ci riesce ancora oggi. Con qualche distorsione e qualche chilo in più.
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