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#Teatro: la nostra recensione de “Il Diavolo Bianco” di John Webster

Una compagnia giovane, un testo semi-dimenticato da tutti, una riscrittura contemporanea che lascia comunque spazio a un’interpretazione classica, spruzzata di grande carnalità. La seconda messa in scena de “Il Diavolo Bianco“, la tragedia di John Webster del 1612, rappresentata ieri sera all’Hamlet di Roma dalla Compagnia Identitik, mostra un gruppo di attori appassionati e “votati alla causa” che sul palco del teatro capitolino non tira indietro la mano e non soffre della sindrome del braccino, bensì dona ogni grammo di energia per raccontare la storia della serie di omicidi che distinguono il testo del drammaturgo britannico.

Il Diavolo Bianco” è stato incarnato da Silvia Magazzù, non a caso (e ovviamente) luciferina nella sua inquietante interpretazione di Vittoria, moglie del nobiluomo Camillo. Una recitazione supportata dalla nutrita compagine maschile formata da Davide Colnaghi (Camillo/Marcello, percussionista e flauto), Davide Fasano (Giovanni, mago/servo), Stefano Ferrarini (Paolo), il perfido Francesco interpretato da Antonello Azzarone e infine Fabrizio Loreti, l’eccellente Flaminio della tragedia diretta da Riccardo Merlini.

Lo spettacolo che ne esce è più un punto di partenza che un consolidamento della “prima”, avvenuta lo scorso 16 febbraio. Intendiamoci, tutto si migliora e tutti si migliorano. Gli attori del gruppo teatrale romano hanno enormi margini di crescita, che ieri si sono visti a sprazzi. Ottima l’idea di una “quinta” sul palco, ossia un grosso telo rosso da dove i protagonisti entravano e uscivano durante le diverse scene.

Interessante anche spogliare letteralmente i personaggi dei propri abiti, alcuni parzialmente, altri quasi del tutto, creando un sottile legame erotico tra la carne e la morte che sovrasta l’intera opera. D’altronde il diavolo è tentatore e i delitti commessi durante la tragedia sono di matrice passionale o di vendetta legata ad un amore. Ci sono, in questo testo del ‘600, alcuni dei tratti tipici della letteratura romantica ottocentesca: un personaggio satanico, l’idea di bellezza associata all’idea di morte, una sadica “femme fatale“, la sensualità delle parole, l’inclinazione alla lussuria.

Oltre alla Magazzù, ne “Il Diavolo Bianco” ci sono altre due attrici. Michela Malavasi che interpreta Isabella, sorella del Duca di Firenze e sposata con Paolo che non la vuole più; e Carlotta Sfolgori nel doppio ruolo di Cornelia, madre di Flaminio, Marcello e Vittoria e in quello del cardinale Monticelso, che durante la storia diventa Papa Paolo VI (nella vicenda reale, è Sisto V). Mentre la Malavasi ha per sé solo poche battute nella scena di litigio col marito, Carlotta Sfolgori è quasi onnipresente durante lo spettacolo attraverso la sua voce, che da dietro il telo rosso incarna l’uomo di chiesa che vuole far luce sui delitti. Una scelta dopo tutto efficace ed incisiva. A tratti surreale, invece, è stata la regia di Merlini, che ha tentato assieme alla Sfolgori di svecchiare il testo e di inserire nel tessuto narrativo delle parti visionarie e irrazionali, senza mai discostarsi dall’opera originale. Onore al merito, quindi, per la passione e la tenacia che il regista e i suoi interpreti hanno saputo infondere a una storia tutto sommato semplice, ma che nasconde notevoli focolai emotivi difficili da tradurre in una recitazione fluida e naturale.

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Appuntamento per l’ultima replica de “Il Diavolo Bianco” domani sera alle 21 al Teatro Hamlet di Via Alberto da Giussano 13 (zona Prenestina). Ingresso: 15 Euro, ridotto 12 Euro.


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