Musica

Tutto il mondo di Mimosa Campironi tra guerre, amori, teatro e musica. La nostra intervista con la giovane autrice de “La Terza Guerra”

Dopo aver ascoltato il primo live del tour di Mimosa Campironi, mercoledì 14 ottobre a “Le Mura” di Roma, ci è tornato in mente il verso di una vecchia canzone. “Her sorrow was hate” (“la sua tristezza era odio”), diceva. Per Mimosa è vero il contrario: nella sua tristezza c’è tantissimo amore. Amore per quello che ha perso negli anni (pochi) della sua vita, amore per quello che andrà a conquistare. E amore, tanto, per le sue canzoni e la sua musica. Che racconta di una “Terza Guerra” combattuta non in punta di coltello, bensì sorridendo ai fantasmi che, seppur tenaci, lentamente si dileguano tra i tasti del suo pianoforte. “Ama il tuo nemico e lo farai impazzire”, dicono. Mimosa sembra davvero amarli, quei fantasmi. Ma non per fargli torto, semmai per trovare la sua pace. Che merita, tutta. Per l’onestà che mette nei suoi testi, per il fuoco che tira fuori quando canta, per il sorriso che regala al suo pubblico quando lei sorride ed è felice di ciò che dona.
La Terza Guerra” è un esordio scintillante come non capitava da diversi anni, nel campo del cantautorato al femminile. Mimosa Campironi ne è l’autrice. E al di là del banale collegamento con la Festa delle Donne, è giusto sapere che la mimosa è anche una pianta estremamente efficace per accelerare la cicatrizzazione delle ferite. Mimosa, dunque, è una sorta di rimedio naturale a sé stessa. E finché conserverà questa “droga” particolarissima, la sua musica sarà sempre più potente.
Noi ci abbiamo scambiato quattro chiacchiere poco dopo la fine della sua esibizione romana ma pubblichiamo oggi, il giorno del suo compleanno, la nostra intervista con lei. Ecco cosa ci ha raccontato.

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Mimosa, dall’interpretare Giulietta al Globe Theatre di Roma a incidere il tuo primo disco. Attrice o musicista, insomma?
Musicista! Tutti i miei studi sono stati legati alla musica. Poi però, quando dovevo fare gli esami al Conservatorio, mi agitavo molto e quindi mi hanno consigliato di andare a fare un corso di recitazione. L’ho seguito per cinque anni e non ho suonato più! Inoltre cercavano sempre ragazze che sapessero suonare e cantare, per cui è stato più facile.

E il Globe per quanto tempo lo hai fatto?
Tanti anni. E’ stata una delle mie prime esperienze teatrali, avevo 16 anni. Abbiamo ripreso tante volte “Molto Rumore per Nulla”, finché Proietti mi ha scelto per fare Giulietta ed è stato davvero bellissimo.

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Raccontaci dell’incontro con Leo Pari, che ti ha permesso di realizzare il tuo primo album.
E’ stato come in un film! Innanzitutto questo disco è partito con un crowdfunding da musicraiser.com. Avevo raccolto circa 5000 Euro che ho usato per la produzione del disco, però sono stata vittima dell’inesperienza perché non sapevo bene dove andare, a chi chiedere. Quindi il disco era registrato bene, ma non in senso discografico. Non riuscivo a farlo uscire, non trovavo un modo per distribuirlo. Poi un giorno sono andata a suonare in un locale e Leo Pari era presente. Mi ha sentito e, senza sapere nulla, mi ha chiesto se avessi un produttore. Ho detto di no e lui ha risposto: “Allora domani vieni in studio da me!”.

Quanto tempo dedichi ai tuoi testi? Si sente che sono molto curati.
Di solito il pezzo nasce naturalmente, ce l’ho abbastanza chiaro in testa. Però il lavoro più lungo è fare delle limature, cercare di renderli più precisi. Testo e musica, poi, nascono insieme! Mi piace suonare e quando trovo qualcosa che mi convince, cerco una melodia. E poi arriva il testo, quasi subito. Di solito è una storia che voglio raccontare, per cui so dove sto andando.

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Quanto c’è di autobiografico, nelle tue liriche?
Tanto. Tutto, direi.

Amy Winehouse diceva che non riusciva a cantare cose che non la riguardassero.
Che frase. Bellissima. E’ vero, comunque. Scrivendo io i testi c’è sempre qualcosa che mi riguarda. La forza è data anche da quello, probabilmente. Io penso che a quello che fai devi dare un senso, soprattutto in questi tempi. C’è talmente tanta gente brava che secondo me, oggi, la qualità sta in quello che sei tu e in ciò che hai da dire.

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“Fame d’Aria” è uno dei pezzi più belli che hai suonato stasera. Ce ne vuoi parlare un po’?
E’ la canzone che ho scritto per mio papà, che purtroppo è mancato. Ed è uno dei motivi principali per cui ho inciso questo disco. Una canzone d’amore per lui. Ed è stata anche la prima volta che l’ho cantata dal vivo! Sarà questo il mio prossimo singolo.

Quella a Roma è stata la prima tappa del tuo tour. Adesso dove andrai?
Sono 23 date! Siamo in giro fino a gennaio 2016, poi abbiamo già qualche data per febbraio. Andremo in molte grandi città come Milano, Torino, Reggio Emilia, Bologna, Messina. E poi, strada facendo, tanti altri posti! E ripasserò per Roma a febbraio.

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Domanda obbligatoria. Le tue influenze musicali?
Mi piacciono tanto Alice, Carmen Consoli, Regina Spektor e i Dresden Dolls.

E adesso cosa pensi di fare: torni al teatro, ti dedichi solo alla musica o farai entrambe le cose?
Penso di fare sia l’attrice che la musicista, perché sono due cose che per me non sono così separate, si nutrono l’una dell’altra. Anzi è meglio così! Perché ad esempio, se fai solo l’attrice, può succedere che tu non riesca a lavorare per tanti mesi. Quindi se si può fare, perché no!

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C’è stato qualcuno, nella tua vita, che a un certo punto ti ha detto: “Mimosa, tu devi continuare a suonare”?
Tanti amici cari mi hanno detto che con la musica arriva molto meglio quello che voglio dire, più che a teatro. E in particolare devo tantissimo ai miei amici Loredana Scaramella e Josè, la persona che per la prima volta mi ha spinto a suonare in pubblico dopo 5 anni che non lo facevo. Fu lui a iscrivermi a un concorso che si chiamava “11 Music Contest” al Teatro Lo Spazio, qui a Roma, organizzato da Claudio Rocchi e Francesco Verdinelli. E vinsi con 41° di febbre! Per cui mi dissi: “Ok, posso farlo”.

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