Stasera si conclude “Kiss Me Deadly“, la prima kermesse interamente dedicata al noir iniziata a Campobasso lo scorso 18 agosto.
Dopo il nostro servizio sull’evento e l’intervista al curatore della rassegna cinematografica “Dark Nights” Leopoldo Santovincenzo, oggi incontriamo Katiuscia Magliarisi, attrice e regista milanese che stasera sarà in scena al Teatro Savoia di Campobasso con “Doppelgänger – Chi cammina al tuo fianco“, un affascinante e sinistro spettacolo teatrale che andrà a concludere il festival. L’appuntamento è per le ore 21, l’ingresso sarà gratuito e il ritiro dei biglietti sarà possibile a partire dalle ore 17 presso il botteghino.

Katiuscia, parlaci di “Doppelgänger“. E’ la prima volta che lo portate in scena?
No, abbiamo fatto un primo studio al Teatro Tor di Nona, a Roma, l’anno scorso. E poi una serie di repliche al Cometa Off ad aprile e adesso abbiamo la fortuna di andare in questo teatro bellissimo con un grande bagaglio di integrazioni importanti fatte all’interno del testo. Ad esempio, abbiamo inserito una macchina della pioggia, proprio perché non c’è noir che si rispetti senza quella goccia di pioggia che riga il viso della femme fatale! Inoltre abbiamo aggiunto anche un video di animazione, che però non può essere descritto ma va visto assolutamente. Insomma, tutta una serie di aggiustamenti per avvicinarci sempre di più al genere.

Che tipo di spettacolo è?
In costume, perché è ambientato nella Milano degli anni ’50. Volevamo essere filologici e quindi riportare lo spettatore in quel periodo. Dal punto di vista attoriale, io e Chiara Condrò, la protagonista della storia assieme a me e Francesco Polizzi, abbiamo guardato moltissimi film sia della cinematografia statunitense che di quella italiana. Questo per riprendere, da un lato, le movenze e le gestualità delle attrici di quel tempo, completamente diverse da quelle di oggi. E dall’altro ci siamo innamorate del doppiaggio e anche della recitazione originale, avendo viste entrambe. Il modo di parlare, per quanto riguarda la terminologia utilizzata, era del tutto differente. Il linguaggio, insomma, faceva pendant con la gestualità, ad esempio con il movimento della mano che avvicinava la sigaretta alla bocca e così via.
Cosa c’è di particolare in questo testo, secondo te?
E’ uno spettacolo che viene “montato” in diretta dagli spettatori. La persona che ha ideato il progetto scenico ha avuto l’idea di separare in due il palco, come se ci fosse un Palco A e un Palco B, divisi da delle quinte. Sul Palco A la recitazione è quella teatrale, l’ambientazione è degli anni ’50 e via dicendo. Sul B, non visibile dagli spettatori, c’è una telecamera che riprende a circuito chiuso e la recitazione diventa cinematografica, non più teatrale. Le immagini vengono riprese e riproposte in quattro terzi, su due monitor nel Palco A.

Il pubblico come ha reagito?
Ho parlato con gli spettatori alla fine di alcune repliche e mi hanno detto che, dopo un certo disorientamento iniziale, la loro mente, in maniera quasi naturale, iniziava effettivamente a “montarsi” il suo spettacolo-film personale! Questa è una delle cose che ci è piaciuta di più: aver portato, forse, anche un po’ di cinema a teatro non attraverso le semplici video proiezioni.
Il testo è originale?
Il testo è stato riscritto, ma ammettiamo serenamente di aver saccheggiato abbondantemente da diversi grandi film e aver preso molti riferimenti dalle pellicole americane e italiane!

Il tema delle due gemelle assassine, di cui parla “Doppelgänger”, è una storia inventata o si riferisce a un fatto di cronaca?
No no, è una storia del tutto inventata! La cosa particolare è che sono venuti diversi gemelli a guardare lo spettacolo e sentire le loro sensazioni mi ha colpito molto. Sono fiera, comunque, di aver creato uno spettacolo che arrivi a tutti, abbandonando un po’ il teatro sperimentale, di ricerca per riuscire a parlare a un pubblico più grande. Abbiamo avuto una platea estremamente eterogenea, dai ragazzi ai 60enni. Una sera mi ricordo che, alla fine dello spettacolo, una signora anziana applaudiva con gli occhi lucidi. Quella è stata la soddisfazione più grande, per me.
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