Cultura Teatro

#Intervista: Letizia Letza, “La cultura civilizza le emozioni”

#Intervista: Letizia Letza, “La cultura civilizza le emozioni”

La cultura salva la vita, libera il pensiero, civilizza le emozioni“. Pochi ed efficaci colpi di pennello per descrivere il mondo di Letizia Letza, attrice e autrice che da circa 25 anni si muove nel mondo dello spettacolo e della recitazione a più livelli.

Dal cubo della Mucca Assassina al Grande Fratello, dai ruoli di Giovanna D’Arco e Moana Pozzi in teatro fino al suo primo romanzo “Cuor di Coniglio” (e con un secondo libro pronto alla pubblicazione), Letizia si innamora di testi che vanno in fondo a qualsiasi stato d’animo.

L’importante è suscitare emozioni“, dice. “Il pubblico si deve divertire, o spaventare o addirittura soffrire, ma non deve mai annoiarsi“.

Letizia oggi mi ha parlato di quando recitò completamente nuda nei 4 atti di “Penelope in Groznyj“, del suo amore per Charlie Chaplin, dell’incredibile esperienza de “La casa sull’albero” nei panni di Julia Hill, spettacolo che sbarcherà in primavera all’Orto Botanico.

E di come tutto iniziò a 8 anni, quando saltò attraverso un sole di carta pesta giallo per interpretare un bruco che diventa farfalla.

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Letizia Letza (Foto: Domenico Salvati)

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Letizia? 

Forse la storia artistica è cominciata quando avevo circa 8 anni e mia madre aiutava amici che gestivano un piccolo Circolo Arci in Toscana.

Il pomeriggio stavo tra vecchi burberi che litigavano, bonariamente e non, a carte, giovani che bevevano birra, fumavano e giocavano a biliardino. Io mi annoiavo davvero tanto.

Fino a quando arrivarono dei saltimbanchi che volevano fare uno spettacolino nel giardino del Circolo. Mi chiesero se volevo partecipare e mia madre non aspettò che rispondessi e mi spinse letteralmente tra le loro braccia.

Imbastirono un piccolo palco, alto pochi centimetri, mi misero un paio di ali, poi mi dissero: “Quando senti la frase ‘il bruco è diventato farfalla’ fai un salto dal palco e rompi la parete di carta pesta gialla, che poi sarebbe un sole, e noi siamo di là e ti prendiamo al volo”.

Ricordo perfettamente, mentre stavo nascosta dal sole di carta pesta, la paura di fare quel salto nel vuoto e poi qualcosa mi spinse a farlo nel modo più aggraziato possibile.

Almeno sarei stata bellissima, anche se mi fossi fatta male.

A 21 anni sono venuta a Roma per studiare recitazione e ho vinto una borsa di studio al Duse International (luogo magnifico di ricerca e studio che crea artisti indipendenti, dove mi alleno da moltissimi anni).

Feci il primo spettacolo diretta proprio da Francesca De Sapio, la fondatrice del Duse International.

Lo spettacolo si chiamava “Hurly Burly” di David Rabe, era una grande produzione e io avevo un piccolissimo ruolo.

Parlami delle tue attività in tempi di “non pandemia”: cosa ti piace proporre, sul palco, soprattutto? 

La maggior parte delle volte porto in scena testi di altri autori. È quello, che mi convince: il testo.

Può essere divertente o drammatico o entrambi contemporaneamente, l’importante è che sia organico e che vada in fondo a qualsiasi emozione.

L’importante è suscitare emozioni, il pubblico si deve divertire, o spaventare o addirittura soffrire, ma non deve mai annoiarsi.

E poi, se non mi fa un po’ paura, non lo faccio. Ero letteralmente terrorizzata quando accettai di interpretare Giovanna D’Arco, non mi sentivo all’altezza.

Fu proprio questo stato d’animo a convincermi a dire sì, perché mi spingeva oltre me stessa. 

La mia prima produzione teatrale è stata la messa in scena della vita di Moana Pozzi che, come con la Santa, sentivo lontana anni luce da me.

Diretta da Emiliano Raya seguii le orme della diva, ne indossai i vestiti, lessi i suoi diari, andai a casa sua, conobbi Riccardo Schicchi che mi portò alla sede di Diva Futura, arrivai persino all’ideatore del Partito dell’Amore.

E poi mi avvalsi di tutti gli insegnamenti che favolose drag queen mi trasmisero quando facevo la cubista a Mucca Assassina e riuscii a ingannare tutti: la sera della prima sembravo più alta e più formosa, complici le luci e la magia del teatro.

Sembravo veramente Moana.

A detta di chi la conobbe avevo trovato la sua voce e in sala ci fu grande commozione. Fu una scommessa un po’ folle, col senno di poi, ma ebbi fortuna e al pubblico piacque. 

Amo anche uscire dal teatro convenzionale pur senza perderne la magia. Da anni porto in scena uno spettacolo che si svolge in un’azienda, all’interno di un intero palazzo, nel centro di Roma.

Nel weekend, quando l’azienda è chiusa, la apriamo noi. Il pubblico entra, viene suddiviso in diversi gruppi, ogni gruppo segue un percorso all’interno dell’azienda, entrano negli uffici.

La Moda Dei Suicidi“, diretto da Linda Di Pietro e scritto da Marco Avarello, parla di un fatto realmente accaduto tra il 2008 e il 2010, quando 58 dipendenti della società di telefonia France Télécom si tolsero la vita.

In questo spettacolo vi è un totale coinvolgimento emotivo da parte del pubblico con quanto gli accade intorno, arriva proprio a farne parte.

Ciò che mi fa più paura in assoluto è portare un testo mio in teatro.

Nel 2010 pubblico per Croce Edizioni il mio primo romanzo “Cuor Di Coniglio“. E quando per una fortuita circostanza ci fu l’esigenza di adattarlo ad una pièce teatrale, ebbi veramente molta paura.

Mi circondai di artisti che stimo e che mi conoscevano bene, con cui condividevo e continuo a condividere esperienze artistiche. L’avevo scritto e l’avrei pure interpretato, ma non avrei avuto né la forza, né la capacità di farne pure la regia.

Lo diresse Alberto Alemanno e ci fu una tale affluenza di pubblico che fummo costretti con grande piacere e stupore ad aggiungere altre repliche in posti non proprio facili.

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(Foto: Domenico Salvati)

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche? 

Faccio l’attrice da 25 anni più o meno.

All’inizio abbracciavo qualsiasi progetto pur di stare sul palco, ma ho ben presto imparato che senza un buon copione è addirittura malsano stare in scena.

Se non credevo in quello che stavo dicendo e facendo mi ammalavo.

Ho sviluppato un metodo tutto mio negli anni, per credere in quello che dicevo e facevo.

Scrivevo il sottotesto, i pensieri di tutti i personaggi. Scrivevo il loro background, mi inventavo storie parallele. Così, piano piano la scrittura ha preso il sopravvento.

Oggi, quando scrivo, mi avvalgo dell’esperienza di attrice. E quando nel romanzo dei personaggi devono parlare, cerco di dare ad ognuno un ritmo, un lessico, una costruzione della frase personale, unica.

Domanda retorica (forse): l’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

La sera prima che chiudessero tutto, la mia prima produzione cinematografica “House of Tears” veniva proiettato al Maxxi, per l’Extra Doc Festival. Era il secondo film in concorso.

Lasciarono fuori metà pubblico, ci fecero sedere distanti.

Io e Antonio Nardone, regista produttore e autore del film, facemmo in tempo a vederlo sul grande schermo e a malincuore ci facemmo bastare quello.

Il film è ambientato in Cambogia e in Italia e ne celebra le magnificenze così diverse. E vederle sul grande schermo è stato fantastico. Poi tutto si bloccò. 

I 3 mesi successivi però colsi la palla al balzo per lavorare a un romanzo che entrava e usciva dal cassetto da troppi anni. La scrittura è un’amante molto gelosa, ti vuole tutta per sé.

Non ho mai avuto tutto quel tempo continuo libero. Così ne ho approfittato deliberatamente e senza remore. È stato un bellissimo momento.

Scrivevo 8 ore al giorno, portavo fuori i cani a passeggiare. Tutti i giorni. È stato incredibile per me che lavoro tantissimo da sempre. Stare ferma e scrivere. Un paradiso.

In netto contrasto con tutto ciò che mi accadeva intorno: Covid, morti, malati, migliaia di persone in grande difficoltà che mi faceva soffrire sì, ma ci vedevo anche la grande occasione di cambiamento.

In quel primo momento, ho ingenuamente pensato che il mondo avrebbe fatto un passo avanti. Infantile, lo so.

Al momento di cosa ti stai occupando?

Sono in trattative per la pubblicazione del mio secondo romanzo, di cui posso svelare solo il titolo: “La ragazza che leggeva i capelli“.

Teatri e cinema sono rimasti chiusi praticamente per tutta la durata dell’emergenza pandemica e sono stati gli ultimi luoghi culturali ad aver riaperto. La cultura è davvero “non necessaria”?

Per la mia piccola e personale esperienza la cultura salva la vita, libera il pensiero, civilizza le emozioni.

Senza arte, cultura, storia siamo persi, ciechi, perdiamo per strada compassione, apertura al diverso, ci mangia la paura e diventiamo gretti e avidi.

Non sapremmo nemmeno descrivere cosa ci si agita dentro e questo è molto pericoloso per l’essere umano, perché lo rende una macchina.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Sto portando in scena uno spettacolo per me eccezionalmente importante e mi diverto pure tanto a farlo, anche se è il lavoro più faticoso che abbia mai sposato.

La casa sull’albero” di Linda Di Pietro è l’incredibile storia di Julia Hill, che il 10 dicembre del 1997 salì su una sequoia millenaria in una foresta della California per impedirne l’abbattimento.

Ne sarebbe scesa 2 anni dopo, salvando sia la foresta che il paesino adiacente a rischio seppellimento, causa frana.

Dunque lo spettacolo è all’aperto, io recito su una sequoia, dentro una piattaforma di pochissimi metri.

Lo abbiamo già portato a Villa Chigi, ad Ariccia, dove vive una bellissima sequoia centenaria e in primavera lo porteremo all’Orto Botanico a Roma, sempre nei pressi di un’altra bellissima e vecchissima sequoia.

Abbiamo un virus che ci ha tolto il respiro, abbiamo bisogno di ossigeno, abbiamo bisogno di alberi. 

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Penelope in Groznyj” è uno spettacolo scritto e diretto da Marco Calvani, che ha girato l’Europa e ha raccolto consensi ovunque.

Una scrittura sublime e una messa in scena maestosa e terrificante.

L’autore prende in prestito il mito di Ulisse e ambienta a Groznyj un duro spettacolo sul conflitto in Cecenia ispirato agli scritti di Anna Politkovskaja e di Omero.

Uno spettacolo che va ben oltre la storia cecena, mostrando attraverso un uso sovrabbondante del corpo nudo la violenza e le umiliazioni causate da tutte le guerre.

Lo spettacolo richiedeva un totale abbandono, in quanto recitavamo nudi per 4 atti e la scrittura pretendeva tutta la nostra anima per riuscire a essere vulnerabili e fragili in un contesto violento e coercitivo.

Eppure, per lo spettatore, bellissimo da vedere.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta? 

Un’attrice non deve MAI pensare alle sue battute mentre recita sul palco e deve SEMPRE ascoltare, veramente, ciò che accade intorno a lei e dentro di lei.

Se non c’è ascolto non c’è niente.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Letizia Letza con un’immagine e con 3 parole? 

Il Monello” di Charlie Chaplin.

Passione-Ricerca-Fede.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Paolo Gresta)

3 commenti

  1. Wow! Ho avuto la fortuna di vedere quasi tutti gli spettacoli citati, e devo dire che è impressionante, in questa sintesi estrema di una realtà suprema, quanto le parole corrispondano fedelmente alla realtà. Bellezza e sincerità coincidono nel lavoro di Letizia, e in tante opere, dal monologo di Lilith alla volpe ormai invecchiata di un Pinocchio anziano, ha saputo dare corpo e anima all’arte vera, sincera. Nei suoi personaggi non si assiste a “mannequins” doppiate, ma a sentimenti puri, talora urlati, talaltra sussurrati, che impongono comunque una riflessione, un respiro meditativo, una lacrima spesso, perché scuotono dal torpore moderno e riempiono il cuore di poesia. Chapeau…

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