Cultura Intervista

#Intervista: David Zulli, “2Q20” e i pensieri del frastuono

Intervista: David Zulli, il nuovo “2Q20” e i pensieri del frastuono

Libero, stravagante e folle. Come la sua musica. Come il suo modo di raccontare e vivere il presente.

David Zulli ha da poco pubblicato “2Q20” (The Beat Production Srl/CRYTMO Records/ Believe Digital), il suo nuovo album dopo il disco del 2017.

Un disco vellutato, ricco di suggestioni e poesia sublimate dalla presenza di collaboratori prestigiosi e di grande talento e con un Francesco Forni in più in veste di co-produttore, supervisore artistico e musicista.

David mi ha raccontato molto riguardo al suo percorso professionale e umano, alle influenze che gli hanno permesso di dare corpo e anima al suo disco e su come questa preziosa opera d’arte “indaga e sviscera quella terra di mezzo, quel territorio di niente e di tutto, pieno e vuoto allo stesso tempo, che sta tra la luce e il buio, tra il giorno e la notte“.

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David Zulli

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di David? 

Certo! Nasce da ragazzo, direi verso i 13/14 anni, con i primi faticosissimi barré sulla chitarra, che cominciavo a provare a strimpellare.

Con l’ascolto via via sempre più cosciente e consapevole della musica, i pellegrinaggi in motorino tutti i sabati da Discomane (negozio di vinili nuovi e usati ai tempi molto fornito e molto underground) a comprare e vendere dischi su dischi.

I libri, che divoravo: biografie di cantanti, Baudelaire, Castaneda, Kerouac, Hemingway, la filosofia e anche Manzoni.

Non di rado bigiavo la scuola – assumevo la tonalità del bigio, il grigio milanese, mi nascondevo – per leggere in solitudine.

Ecco, direi che nasce così: dalla curiosità e dagli stimoli che continuamente cercavo, perché poi tutto il resto è venuto solo grazie a quelli.

Voglio dire – sì, certo che sto rispondendo alla tua domanda! – che è stata indotta da tutti quegli stimoli: nasce proprio così.

Quella più recente, invece, dell’autoespressione, delle mie canzoni, non solo scritte ma anche interpretate, ci ha messo, da quegli inizi, ben 30 anni a imporsi… Diciamo che mi sono preso il mio tempo.

Fatto sta che quando ho capito che le mie canzoni o me le cantavo io o erano troppo personali o strane per darle a qualcun altro, e anche per rivalsa, come a dire: “voglio portare a compimento qualcosa, non lasciare tutto lì a mezz’aria”, ecco, allora mi sono messo a lavorare al mio primo disco solista.

Era il 2016.

Parlami della tua musica: cosa ti piace proporre, soprattutto?

Cerco spesso di non scrivere e comporre testi o brani banali. Sia per contenuto che per scelte armoniche.

E soprattutto non funzionali a qualche tipo di ottica pre-confezionata o strettamente codificata. Prediligo scelte e soluzioni inusuali e inaspettate.

Che poi è lo stesso atteggiamento con cui mi pongo quando scelgo un libro o mi succede di appassionarmi a qualche cosa.

E, anche se è praticamente impossibile, cerco di non copiare o riproporre cose che sono già state fatte.

Chiaramente le suggestioni esistono ma provo a fare in modo che restino, appunto, suggestioni.

In generale, con i miei testi e la mia musica cerco di sondare mondi alternativi.

“2Q20” è il tuo secondo disco. Di cosa si tratta e come hai lavorato sulle canzoni?

Si tratta di una specie di concept album – pensato per essere ingurgitato preferibilmente tutto d’un fiato, organicamente, come se si stesse leggendo un libro – con il quale traduco in parole e musica la disillusione, le paure, l’inadeguatezza, la necessità della fuga e della ricerca di un rifugio sicuro.

Un’opera che parte dal giorno, passa attraverso la notte, per sgretolarsi alle prime luci dell’alba.

2Q20” indaga e sviscera quella terra di mezzo, quel territorio di niente e di tutto, pieno e vuoto allo stesso tempo, che sta tra la luce e il buio, tra il giorno e la notte.

È un disco bivalente fatto di dualismi e che si nutre di suggestioni e forze che stanno dall’altra parte, in una dimensione parallela, oscura e per certi versi pericolosa, ma vista come soluzione e spazio di libertà, intimo e personale.

Sensazioni e pensieri nel momento del silenzio… E del frastuono.

È nato e cresciuto un po’ per volta e ha trovato una sua forma compiuta anche grazie al prezioso aiuto di Francesco Forni, che ne ha seguito e guidato l’evoluzione.

Alle canzoni ci ho lavorato nel silenzio del mio studio a casa, un tassello dopo l’altro, scarabocchiando, scrivendo, cancellando e riscrivendo, assemblando appunti vari.

Nella sala di aspetto dell’ospedale dove mia madre era in cura.

In auto, guidando.

E poi di nuovo nel mio studio, a riordinare il tutto.

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Ti ritrovi nella definizione generica di “cantautore”?

Beh, sì, indubbiamente. Tra tutte le definizioni possibili, che in genere apprezzo poco, quella di cantautore è sicuramente corretta.

In fondo è quello che da qualche anno faccio: me le scrivo, me le canto e me le suono 😀

C’è un pezzo dell’album che, dopo averlo riascoltato, avresti voluto più tempo per migliorare e uno che invece porteresti con te sulla classica isola deserta? 

2Q20” è composto da 13 brani (più una reprise).

Di questi… Sono 13 i brani (più una reprise) che avrei voluto migliorare, non perché non mi piacciano – anzi, mi piacciono molto – ma la verità è che si può sempre fare meglio, che non sono mai completamente soddisfatto.

Che poi è questo il motore che mi spinge ad andare avanti, una continua tensione verso qualcosa di meglio e di nuovo.

Le sensazioni non sono quasi mai fisse e definitive: a seconda del momento, del mio stato d’animo, il “giudizio” – l’auto-giudizio – si forma e si alimenta di colorazioni differenti e rinnovate.

Quando farò il disco “perfetto” probabilmente mi fermerò, ma so che non succederà!

Anche perché la bellezza la cerco anche nell’imperfezione.

Sull’isola deserta ci porterei la chitarra ma non un mio brano. Vale?

Già mi toccherebbe restare da solo con me stesso per un tempo indefinito, anche ascoltarmi e riascoltarmi sarebbe davvero troppo. Sai che palle?!

Ma se proprio vuoi una risposta, forse – dico forse! – ci porterei una tra “Come quando parlo alla luna”, “Instabile” o “Quando i sogni all’alba”.

Parlami dei collaboratori e dei musicisti coinvolti nel progetto. Che peso hanno avuto e quanto hanno inciso sul sound definitivo del tuo lavoro?

A differenza che per “La danza della nudità“, il mio primo lavoro solista e cantautorale del 2017, per il quale ho fatto praticamente tutto io e con il quale ho giocato molto come fa un bambino con un nuovo giocattolo tra le mani, questa volta, per “2Q20“, ho scelto di farmi aiutare.

Sentivo, forte, il bisogno di dargli una forma più compiuta ed evoluta, per espressione, interpretazione e organicità… E per riuscire anche a limare tutto quel troppo che in genere metto nelle mie cose, spesso incapace a buttar via cose. 

Per farlo ho prima di tutto pensato di coinvolgere Francesco Forni, che è un caro amico, un artista e un essere umano che stimo molto e che sapevo sarebbe stata la figura giusta per quello che mi serviva.

Avevo già cominciato a lavorare sul nuovo disco, c’erano 4/5 brani con una forma più o meno compiuta (un paio poi scartati), quando gliel’ho chiesto.

Ha accettato e da allora è cominciata un’enorme operazione di destrutturazione e revisione, di riconoscimento e abbattimento di certe maschere…

Di “2Q20Forni è psicologo, supervisore artistico, co-arrangiatore, musicista e cantante in alcuni brani, e co-produttore: un lavoro davvero prezioso il suo. 

Poi ci sono i musicisti: oltre al già tanto – ma mai abbastanza – citato Francesco Forni, ci sono: Licia Missori (pianoforte), Francesca Grosso (flauto traverso), Tommaso Di Giulio (basso elettrico), Pasquale Angelini (batteria), Paolo Perilli (basso elettrico), Graziana Giansante (oboe e corno inglese), Enrico Lupo (pianoforte e synth) Gerardo Cauti (theremin) e Zman (cori e armonizzazioni).

Per ognuno varrebbe la pena spendere più di qualche parola, ma mi limito a dire che sono stati molto importanti e tutti hanno dato un grande contributo. Sono a tutti loro molto grato.

E poi c’è Patrizio Porri, che si è occupato del mix e dei pre-master dell’intero disco: se l’album suona come suona, tanta parte del merito va anche a lui.

Quanto e in cosa “2Q20” è diverso da “La danza della nudità”, il tuo primo disco del 2017?

In parte ho già risposto nella domanda precedente…

Aggiungerei che lo considero come una naturale evoluzione, per contenuti, ma un grosso salto di qualità per espressione e interpretazione, arrangiamenti, suoni, con tutto il lavoro che ho e abbiamo fatto.

È un lavoro più consapevole, maturo e con meno maschere.

Da quanti anni fai il musicista? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

Per passione, da quegli inizi, quando avevo 16 anni, quindi 30 anni.

E poi pian pianino, con sempre maggiore consapevolezza, per naturale evoluzione e varie esperienze fatte.

Ma la musica non è mai stata un lavoro per me, la pagnotta me la sono sempre guadagnata facendo altro.

Un po’ per scelta, un po’ perché forse non sono mai stato abbastanza bravo e preparato per farne il centro di tutto, anche lavorativamente.

Questo, per certi versi è stato un vantaggio – ho potuto fare sempre e solo le cose che mi andava di fare – e per altri uno svantaggio – l’ho coltivata con atteggiamento mai troppo professionale, vagando qua e là, con discontinuità.

Oggi riesco a dedicarmici con più “metodo”, finalmente porto a compimento le cose che comincio, quasi sempre.

Ma a parte questo, l’atteggiamento è sempre quello: poco condizionato, divertito (ma anche sofferto), impaurito, goliardico.

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Hai un pubblico-tipo?

Beh, direi soprattutto ascoltatori attenti e attivi.

Chiunque abbia voglia di ascoltare musica con attenzione, preferibilmente non i singoli brani, ma i dischi interi… Un po’ come quando si legge un libro.

E mi piace che molte delle canzoni che scrivo – le più apparentemente leggere – piacciano ai bambini!

C’è una cosa che un musicista non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Le cose che non deve mai fare sono 2: fingere e suonare con la maglietta macchiata di sugo.

Una che va sempre fatta: cercare la bellezza nelle cose imperfette.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

Fino a qualche settimana fa ti avrei risposto: “poco, quasi niente”. 

Per 2 ragioni: ero impegnato a terminare il disco e non ho avuto o sentito troppo bisogno di spostarmi o darmi visibilità.

Ma soprattutto perché seri problemi famigliari hanno ridefinito le priorità e assorbito tutto il mio tempo e le mie energie durante la prima ondata di pandemia.

Oggi però, con il disco uscito, decisamente tanto: l’impossibilità di partecipare a eventi pubblici, live, ecc. è davvero un grosso limite alla promozione e al libero sfogo delle energie.

Tutte le altre cose che si possono fare sono quasi solo un triste palliativo.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Ma sai, purtroppo e sempre causa pandemia, quello che farò non dipende troppo da quello che vorrei o non vorrei fare, semplicemente – terribilmente – la maggior parte delle cose che sarebbe bello e utile fare, non si possono fare.

Mi piacerebbe, come a tanti di noi (cantanti, musicisti, artisti), esibirmi e tanto dal vivo e chissà ancora per quanto questo non sarà possibile.

Vivo (e viviamo) un tempo sospeso che non offre molto spazio alla progettualità e alla programmazione.

Attendo tempi migliori.

Nel frattempo sfrutterò i social per rompere le balle a tutti con “2Q20“.

E magari… scriverò altre canzoni.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiero

Ho fatto varie cose interessanti nella vita.

Ma se devo essere proprio sincero, anche se sembrerà banale, sono fiero di “2Q20“.

Finalmente un mio lavoro che mi convince.

Poi magari tra qualche settimana o mese non sarà più così.

E allora ti dico: del prossimo progetto, che ancora non esiste neppure in potenza, ma se e quando sarà, uscirà sicuramente un bel lavoro!

Mi descriveresti il lavoro artistico di David Zulli con un accordo e con 3 parole?

Do diesis diminuito.

Libero, stravagante, folle.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)
(Foto: © Barbara Ledda)

4 commenti

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