Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Carlo Valente

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini, che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo sulla musica popolare dal titolo “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”. Il progetto è diventato un CD-book edito da Squilibri Editore ed è stato presentato il 24 aprile nella Sala Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica. L’obiettivo del collettivo è “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Carlo Valente sta mettendo in atto la sua personale contro-rivoluzione industriale. Bando alla città e alle tangenziali, ben vengano il verde, il vento fresco e le bestie da pascolo; così, ha deciso di vivere tutti i giorni la sua radice reatina e prova con questo spettacolo a trovare lo spunto per scrivere canzoni migliori.

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Carlo Valente (Foto: © Capture Studio)

Che cos’è per te una radice?
La radice mi fa pensare alla genziana che mio padre produce tutti i santi anni, cosa che spero di ereditare quanto prima. Amo quel sapore terroso e amaro della mia terra, che dà sollievo e mi fa stare bene. Probabilmente questo spettacolo riconduce i miei pensieri al sapore corposo e tagliente della genziana, radice proibita delle mie montagne, nettare dei contadini. Quel sapore forte e deciso è racchiuso nella verità delle storie che questo spettacolo racconta.

Il tema del vostro spettacolo è il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Tu ce l’hai un paese da cui sei andato via? E cosa ti porti appresso da quel paese?
Sono andato via spesso dal mio paese natale e non nascondo che tornarci ogni tanto è la cosa più straordinaria ed emozionante che possa accadere, soprattutto se stai via per mesi o addirittura anni. Sinceramente, più passa il tempo e più trovo il mio paese migliore di tutte le città in cui ho sperato di vivere. Per questo resterò lì per sempre, per una personalissima contro-rivoluzione industriale: mi porto dietro più il caos della città che l’ossigeno della mia terra e provo a trasformare i rumori del centro in vento fresco, le file in tangenziale in recinti per le bestie da pascolo.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

La modernità, degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura e a metterlo in scena sono persone più vicine alla modernità che alla tradizione.
Cantiamo il passato per scrivere meglio il futuro. Il nostro è uno spettacolo in controtendenza, fuori dal tempo e sicuramente fuori dagli ascolti dei giovani di oggi. È un atto d’amore verso la storia, un atto di coraggio in questa contemporaneità quantomeno discutibile, per riconsegnare la memoria a chi sta dimenticando tutto.

Per certi versi la musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri diversi e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi scrive canzoni, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Una scoperta incredibile di un mondo che accantoniamo troppo in fretta. La tradizione può aiutare a scrivere canzoni migliori e senza dubbio amplia la tavolozza di colori per poter raccontare il mondo.

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Collettivo AdoRiza (Foto: © Capture Studio)

Che ruolo hai nello spettacolo?
Suono la fisarmonica e canto una canzone popolare abruzzese, “Bella sei nata femmina”.

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)

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