Musica

#Intervista: Tra poesia e Sicilia, il folk d’autore di Sara Romano

Si intitola “Saudagorìa” (Fonobisanzio) il secondo album firmato da Sara Romano, eccellente autrice folk di Palermo che abbina testi poetici e profondi a un vestito sonoro etereo, “autunnale”, con la sua chitarra acustica in primo piano avvolta da archi solenni dietro ai quali si nasconde (anche) un cavallo di razza come Michele Gazich (autore, compositore e violinista di fama internazionale che ha contribuito alla realizzazione del disco di Mary GauthierRifles & Rosary Beads”, recentemente in lizza per i Grammy Awards). Sara ha da poco toccato Roma in 2 occasioni: prima come ospite speciale del contest Non è mica da questi particolari che si giudica un Cantautore e poi con il suo concerto all’Antica Stamperia Rubattino di Testaccio.
Nella sua musica c’è l’attenta ricerca lessicale, l’impegno sociale, l’attenzione verso ciò che manca e l’anima profonda della sua Sicilia distillata in 10, splendide canzoni. Ne ho parlato con lei qualche giorno fa.sara-romano-saudagoria-DSC_0071-1Cosa vuol dire “Saudagorìa”?
È la crasi tra saudade e “allegoria”. Forzando un po’ la traduzione del primo termine, in italiano potrebbe significare “mancanza”, non solo di una persona ma anche di qualcosa che non hai presente in quel momento, come ad esempio un luogo. È un concetto ampio. Ho voluto accostare questo termine ad “allegoria” per darmi un filo conduttore che in qualche modo raccogliesse all’interno dell’album varie tematiche come la mancanza data dal lutto, la disillusione di un Paese che non ti supporta come tu vorresti, il tema della violenza domestica, della mancanza di equilibrio e di diritti civili… Ho cercato di creare una collezione di 10 brani che in qualche modo avessero questo argomento in comune.

Quando hai iniziato a lavorare all’album?
Nel disco ci sono pezzi che ho scritto negli ultimi 2 anni ma anche canzoni che risalgono al 2012-2013, ovviamente riarrangiate. Alcune erano tracce soltanto voce e chitarra, altre erano vecchi lavori che avevo lasciato da parte e non mi sentivo di buttar via, ma che meritavano un loro “protagonismo”, diciamo. Li ho ripresi perché rientravano nel concept.

sara-romano-saudagoria-8558_10151819804143609_367874607_nSecondo te in cosa si distingue “Saudagorìa” dal tuo primo disco e in cosa si assomiglia, invece?
Sicuramente c’è una maturazione a livello di suono e di attenzione per una serie di particolari. Il primo disco è stato fatto di fretta perché c’erano dei tempi da rispettare e si è tralasciata un po’ la dimensione dell’arrangiamento. Riascoltandolo ora, certe cose le avrei fatte in maniera diversa (ma d’altronde è sempre così). In questi 2 anni, poi, ho portato avanti un grande lavoro di affinamento di tecnica vocale, per cui riascoltando alcune cose di “Ciricò” mi mangio proprio le mani! Ma ovviamente dal 2016 ad oggi c’è stata anche una maturazione emotiva. Per cui la crescita è la distanza fondamentale tra il primo e il secondo disco. Il punto di vicinanza sta nel fatto che ho sviluppato, dal 2009 ad ora, uno stile di scrittura che è molto mio. Quello di sicuro è in comune, si riconosce.

Su The Parallel Vision stiamo portando avanti, con il collettivo AdoRiza, un progetto legato alle radici della musica popolare italiana. Quindi ti chiedo: cos’è per te una radice?
Lo chiedi a un’antropologa, quindi potrei parlare per 6000 anni! Dunque, c’è da fare una differenza: io non sono una purista. C’è chi considera la canzone popolare come l’ultimo retaggio di una tradizione che sta sparendo e forse ha anche ragione, ma incasellarsi in un genere fatto in un determinato modo perché apparteneva a uno stile di vita diverso dal nostro lascia un po’ il tempo che trova. Ad esempio, se decidi di fare folk e sei un’autrice che in qualche modo riprende le tematiche che cantava Rosa Balistreri a me sta benissimo, ci mancherebbe. Però non puoi cantare alla stessa maniera, perché alla fine scimmiotti un mito. Cioè non puoi imitare il canto dei carrettieri perché quella era gente che cantava per far sentire che stava arrivando, quindi se vuoi riprodurre un canto che non ti appartiene tentando di imitarlo e decontestualizzandolo io non sono d’accordo. Sono più per mixare le cose, cercare di portarle avanti e riprenderle però dando loro nuova vita. La radice è importante, ma mantenerla uguale a quella che era secondo me non aiuta la musica stessa.

sara-romano-saudagoria-la parte miglioreLa musica popolare italiana, quindi, non può essere considerata la vera musica italiana?
No, perché non c’è una “vera” musica o una “falsa” musica. Se mi chiedi quale sia quella vera, io ti dico che è vera tutta: un do maggiore è un do maggiore sempre. Se incarna in qualche modo un aspetto culturale delle varie Regioni, invece, questo è chiaro, non si scappa. Ma il fatto che la musica popolare sia la base su cui ci muoviamo per la costruzione di altro, questa è una risposta che si dà da sola.

Quando suoni all’estero il pubblico come risponde alla tua musica? Riconosce qualcosa di esclusivo che porti tu dalla tua terra?
La lingua in questo momento aiuta tanto e noi italiani viviamo ancora in un riflesso di fasti antichi che ci aiuta moltissimo, anche se non so per quanto durerà. Io ho suonato in Germania, Irlanda, America, Canada: il pubblico è sempre diverso. Le connotazioni culturali che decodificano la musica non sono mai le stesse (paradossalmente, perché parliamo sempre di cultura occidentale). In generale la gente apprezza perché c’è un atteggiamento di rispetto verso gli artisti, indipendentemente da quello che fanno. Per loro già è un dono il fatto che tu sali su un palco e ti esponi. E quindi si pongono in una dimensione di ascolto. In Italia, di quello che si produce all’estero arriva tipo il 4%. Fuori dal nostro Paese si ha accesso a molta più musica perché sono mentalmente più aperti all’ascolto di tante cose e hanno dei canali, anche a grossi livelli, che consentono di apprezzare tanti generi diversi. Le nostre radio non fanno la stessa cosa. Disabituando le persone all’ascolto di cose diverse tu hai soltanto un modo di arrivare alla gente: essere più vera possibile.

I tuoi collaboratori come sono stati scelti?
Marco Corrao è una persona con cui lavoro da tanti anni e siamo grandi amici. È un ragazzo davvero innovativo sotto tanti punti di vista, molto molto bravo. Mi ha suggerito lui di contattare Michele Gazich, che non ha bisogno di presentazioni. Dopo aver ascoltato alcuni provini, Michele si è innamorato della mia produzione e ci siamo incontrati nelle Marche, suonando insieme per 3 ore. Si è appassionato così tanto ai miei testi che non solo ha deciso di fare la produzione artistica, ma ha scelto di inserirmi nel roster della Fonobisanzio (la sua etichetta) e di suonare nel mio disco e anche dal vivo. Per me è stata una cosa incredibile.

Hai avuto riferimenti particolari a livello musicale e letterario per scrivere il tuo disco?
In realtà no, anche se ascolto di tutto, leggo di tutto e ho degli autori che mi piacciono moltissimo. Nell’ultimo periodo della mia vita, nonostante ami sperimentare, sto andando sempre di più verso un indie folk più semplice. Sono un’appassionata di musica country, collaboro tantissimo con artisti canadesi dal taglio sonoro assai definito e curato e mi ritrovo nel loro modo di fare musica, nello spirito creativo che hanno. Mi piace perché in qualche modo riesce a vestire bene i miei testi. Penso di stare andando in quella direzione lì.

Copertina SaudagoriaRiesci a seguire la scena di Palermo? Come ti sembra?
Tento di seguirla ma faccio parte di quella schiera di artisti, mio malgrado, che sta un po’ sulle sue, a cui piace una dimensione ritirata e di solitudine. Nell’ambiente di Palermo, immagino anche a Roma, ci sono le fazioni: c’è chi fa indie, chi fa cantautorale, chi indipendente. Ci conosciamo un po’ tutti e ci stimiamo, insomma. Tranne gli artisti indie che tendono ad avere la puzza sotto al naso, come se si coltivassero il loro giardino privato. E non capisco il perché. Comunque in Sicilia ci sono un sacco di artisti validissimi.

Descrivimi “Saudagorìa” con un accordo e 3 parole.
Direi che si aggira tra il mi e il fa. Poi “Saudagorìa” sono già 2! Comunque “allegoria della mancanza”. Il titolo lo spiega da sé.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

1 risposta »

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...