Teatro

#Recensione: “Luciano” al Teatro India

Quel San Sebastiano alla colonna trafitto da mani umane anziché da frecce è solo uno dei simboli dell’umanità dissociata, espressionista e un po’ spaventosa che popola “Luciano“, lo spettacolo di Danio Manfredini visto al Teatro India alla fine di febbraio.

Prima parte di un dittico che la sala periferica e prolifica del Teatro di Roma ha voluto dedicare a Manfredini – come “Ritratto d’artista” nell’ambito di “Teatro. Le forme della verità” – “Luciano” è un racconto in quadri progressivamente più forti e meno “sopportabili”.

Una galleria di umani senza volto, perché i problemi degli altri tanto hanno tutti la stessa faccia, quella dell’emarginazione con il bisogno di affetto e di contatto portato all’estremo che esplode dall’altra parte, quella del degrado che si combatte. Così fa Luciano per sopravvivere, a colpi di parole poetiche, parole che scivolano nel flusso di farmaci e si squagliano in mezzo ai ricordi delle poesie d’infanzia, alle reminiscenze della “Commedia” e dei Pascoli e Leopardi che abitano il nostro immaginario.

Con un mescolare non ostentato ma spontaneamente galleggiante e con un ricordo al passato, forse a chi lo fece “dubitare di essere uomo o donna“, o a chi lo ha contagiato di chiacchiere prima di abbandonarlo, Luciano vive in un perenne stato di tensione che qualcosa di drammatico possa riaccadere, attraversando una galleria di ritratti che diresti umani ma che magari non sono altro che dolori proiettati e incarnati.

Il nostro “Luciano” Manfredini, che nella psicopatologia del quotidiano costruisce il suo teatro, cerca in un interlocutore immaginario (e nel pubblico) una qualche comprensione sapendo perfettamente che non la troverà. Ha “vissuto per bellezza giorni crudi di purezza”, non tutti sanno comprenderlo, ma a tutti arriverà con forza la sua ostinazione strascinata e dolente.

Chi scrive ha visto troppi anni fa la seconda pièce, “Al presente, per poterne riparlare oggi. Resta il fatto che l’autore e regista, nonché interprete, di questi testi, rimane una delle voci più intense del teatro contemporaneo e sa toccare con verità una materia che con la verità ha tutto a che fare. Sul palco, assieme a Manfredini, ci sono Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi e Giuseppe Semeraro.

Vincitore di numerosi riconoscimenti, tra cui quattro Ubu (“Miracolo della rosa“, “Tre studi per una crocifissione“, “Al presente“, “Cinema Cielo), Manfredini ci conduce senza sconti nei luoghi abitati da chi vive ai margini, nelle “nebbie che nascondono il girotondo” che è toccato anche a lui, il suo Luciano, attraverso il quale, spiega il regista, “riattraverso i temi dell’omosessualità, della follia, della solitudine già trattati in ‘Cinema Cielo‘, come del resto anche nel ‘Sacro segno dei mostri‘ e in ‘Tre studi per una crocifissione‘, per vedere come sono cambiati i tempi negli ultimi 20 anni intorno a tematiche a me care. Oggi osservo come il gioco si è fatto ancora più aspro e se la Samira di ‘Cinema Cielo‘ era più integrata in quel mondo e lo idealizzava, ora disegno una figura come Luciano che risulta un alieno anche in un mondo di marginalità. Luciano, ritratto di un uomo del mio tempo colto in una solitudine invasa di presenze”.

E mentre lui “cerca di non pensarci, viene sera”. Sipario.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Paola Polidoro)

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