Teatro

#Intervista: I Tre Barba e la sfida di un’altra lirica a teatro

È difficile trovare in questo  panorama contemporaneo dei ragazzi giovani che hanno una loro idea di teatro chiara”. Eleonora Turco, padrona di casa del Teatro Studio Uno, introduce così la nostra intervista ai Tre Barba in scena lo scorso 17 febbraio nello stesso teatro, con uno strepitoso “Il Barbiere di Siviglia” versione 2.0.
Lo spettacolo ha saputo indirizzare la preparazione artistica, la simpatia e l’empatia dei 3 protagonisti Lorenzo De Liberato, Alessio Esposito e Lorenzo Garufo verso una (ri)lettura originale dell’opera “Il Barbiere di Siviglia” ispirato alla lirica di Gioacchino Rossini e Cesare Sterbini. Quasi un’ora in scena per stupire e coinvolgere un pubblico di tutte le età e consegnare la voglia di indagare su di un genere d’arte spesso considerato unicamente adatto a un pubblico ristretto e danaroso.
Un lavoro di semplificazione scevro da qualsiasi banalizzazione che mi ha convinta tanto da scambiare 2 chiacchiere con i 3 giovani interpreti sul loro lavoro teatrale, che sarebbe bello veder girare nelle scuole e anche in luoghi d’arte non convenzionali. Una scommessa nella scommessa, insomma.
Complici della riuscita dello spettacolo sono anche Eleonora Turco e Alessandro di Somma, direzione artistica del Teatro Studio Uno e per l’occasione in veste di produzione della pièce.

I-tre-barba-il-barbiere-di-siviglia-teatro-studio-uno-roma-2019Eleonora, perché avete scelto di produrre questo evento?
Perché è un progetto talmente originale che non potevamo non sceglierlo e ci sembrava un modo davvero intelligente di portare la lirica a disposizione di un pubblico più vasto. Questo è un piccolo seme e speriamo ora di far girare lo spettacolo.

Ragazzi, perché scegliere di indagare l’opera lirica?
Lorenzo De Liberato: 5 anni fa partecipammo alla realizzazione di un saggio di diploma per il quale Gabriele Lavia mise in scena il libretto di “Così fan tutte”. Dopo aver collaborato con lui in quell’occasione, a distanza di tempo, decidemmo di sperimentare qualcosa di originale e iniziammo a lavorare ad un nostro “Così fan tutte” inizialmente di soli 40 minuti. In seguito ho voluto portare avanti il progetto de “Il Barbiere di Siviglia” senza una vera motivazione viscerale ma molto semplicemente perché è un’opera che ho visto 5 volte grazie al mio papà. Inoltre è considerabile una vera commedia dell’arte, con una trama se vogliamo semplice, che gioca sugli equivoci, sull’amore ostacolato. Era divertente, in sintesi, e il nostro obiettivo principale è di far divertire anche con un linguaggio d’intrattenimento ludico.

per fare queste cose qua, bisogna essere folli” – I Tre Barba

Una domanda e una risposta per ciascuno di voi: regia, drammaturgia e scenografia! Chi me ne parla?
Lorenzo Garufo: Scenografia. Partendo dal presupposto che ci siamo attenuti a quelle che sono le regole della commedia dell’arte, abbiamo pensato di volere essere il più essenziali possibili. Di togliere il superfluo. Quanto può essere utile allo spettacolo una scenografia particolarmente ricca? Abbiamo ritenuto fosse necessario ridurre all’osso tutto quanto, servirci di cartelli e sgabelli, soprattutto i cartelli che sono il filo conduttore durante lo spettacolo e che raccontano quello che noi non facciamo vedere per ragioni di tempo e spazio e per noi questo modo di agire è più efficace del riempire l’occhio degli spettatori con tanta roba.
Alessio Esposito: La regia! Rispetto al “Così fan tutte” qui c’era la necessità di fare un lavoro di gruppo dove Lorenzo De Liberato metteva l’ultima parola. Avevamo la necessità di muoverci di più, ci sono in scena tanti personaggi da interpretare e tanti travestimenti. Abbiamo cercato di far dialogare anche gli elementi scenici attraverso delle trovate più leggere che possono persino apparire sciocche.
Lorenzo De Liberato: Drammaturgia. I tagli sul libretto sono stati la cosa meno impegnativa, mentre mantenere il suono della rima e inserire la drammaturgia musicale è stato il lavoro più complesso. Posizionare le arie al posto più giusto e le canzoni contemporanee o pseudo contemporanee. Avevamo l’esigenza di trovare un modo diretto per far arrivare un testo così desueto, semplificando, asciugando, creando molti segni e raccontando questa storia nella maniera più semplice per tutti. Allora accade che la donna, e non per mancanza di rispetto del mondo femminile, assuma caratteristiche stereotipate, così come il vecchio, così come l’innamorato, come il furbo Figaro che in fondo altro non è che un Arlecchino, una maschera. Abbiamo voluto essere divertenti e il meno leziosi possibili.

Ma voi avete studiato canto? Cantavate già?
Assolutamente no!

L’intento è stato anche quello di restituire la voglia di far avvicinare l’opera lirica a un pubblico più vasto?
Lorenzo Garufo: Viviamo in un’epoca di immediatezze e prendersi tanto tempo, dalle 3 alle 4 ore, per vedere l’opera lirica forse non si ha nemmeno più.
Lorenzo De Liberato: Noi ci dimentichiamo troppo spesso che c’è stato un tempo in cui per la strada la gente cantava “La donna è mobile”. Questa arte è stata soppiantata dalla modernità ma non possiamo non riflettere sul fatto che tutto ciò che la modernità ha sostituito non sia qualcosa di complicato. E oggi noi la complessità non abbiamo né la pazienza né il coraggio di affrontarla.

Perché dobbiamo continuare a sostenere I Tre Barba?
Lorenzo Garufo: Perché siamo completamente folli e contaminiamo un mondo antico e pieno di polvere con cose trash.
Alessio Esposito: Perché credo che il nostro sia un progetto intelligente e divertente!
Lorenzo De Liberato: Perché combattiamo la volgarità del mondo contemporaneo [risate]. Il progetto è divertente e intelligente e ho la presunzione di affermare che dopo il nostro spettacolo qualcosa in più ti rimane. 

I Tre Barba saranno di nuovo al Teatro Studio Uno con una speciale direzione artistica per un mese di programmazione, proponendo un progetto multidisciplinare con spettacoli, laboratori, incontri, in cui avranno una piena autonomia organizzativa che siamo tutti curiosi di scoprire. Filo conduttore sarà il teatro di Bertolt Brecht. Lo scopo dell’intervista era di far incuriosire il pubblico rispetto ad un modo di esprimersi in teatro che ha tanto da offrire e che vorrei definire come uno stile d’insegnamento non didascalico ma in grado di suscitare passione. La sfida sul territorio che con entusiasmo il Teatro Studio Uno porta avanti attraverso produzioni di qualità è motore e calamita di novità che fanno bene all’arte in generale.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)
(Foto: © Giovanna Onofri)

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