Arte

41 anni fa ci lasciava Duke Ellington, uno dei più grandi pianisti jazz della storia. In ricordo del Duca

“Devi trovare un modo per dirlo, senza dirlo”. E Duke Ellington ci riuscì. Ma mica una volta sola. In più di 50 anni di carriera, un centinaio di dischi pubblicati tra live e registrazioni in studio e innumerevoli premi e riconoscimenti, uno dei più grandi musicisti jazz della storia scrisse un’infinità di canzoni, per alcuni oltre 3000, sempre cercando di “dire senza dire” tutto quello che la sua arte sopraffina gli suggeriva. Oggi sono 41 anni che un cancro ai polmoni se lo è portato via, il 24 maggio 1974 a New York, all’età di 75 anni. La maggior parte dei quali passati a dirigere l’incredibile orchestra da molti ritenuta la migliore jazz band di tutti i tempi. Anche se a Duke quel genere, “jazz”, non piaceva tanto: lui preferiva legare la sua arte alla più ampia categoria di “American Music”. Forse perché “il jazz è sempre stato come quel tipo di uomo che non vorresti mai vedere accanto a tua figlia”, tanto per citare uno dei pilastri dell’Ellington-pensiero. Eppure fu proprio grazie a quell’oscuro germe musicale spuntato a New Orleans verso la fine dell’800 che Edward Kennedy Ellington, nato a Washington il 29 aprile del 1899, è diventato la leggenda che oggi tutti ricordiamo. E che leghiamo a doppio filo al Cotton Club di Harlem, il leggendario locale newyorkese dove negli anni ’20 Duke e la sua band sono partiti alla conquista del mondo, arrivando poi a collezionare più di 20.000 esibizioni in Europa, Asia, America Latina e Medio Oriente.
Non si arriva così lontano per caso. Non se si resta confinati all’interno di un unico steccato artistico. Ed Ellington incarnò più di chiunque altro il concetto di “al di là di qualsiasi confine musicale”, riuscendo attraverso il suo carisma monolitico e l’eccellenza della sua orchestra a conquistare le platee di tutto il mondo.
3000 canzoni, si diceva. Fa male la testa solo a leggerlo, quel numero. Pensate a scriverle una ad una. Molte dimenticate, certo. Ma moltissime altre diventate “standard”, cioè quello che in musica si definisce un “tema musicale molto noto che col tempo diventa un classico” grazie alla popolarità acquisita. E con Duke c’è solo l’imbarazzo della scelta: da “Sophisticated Lady” a “Solitude”, da “Satin Doll” a “It Don’t Mean a Thing if It Ain’t Got That Swing”, fino a “In a Mellotrone” e a quello che forse è il suo pezzo più celebre, “Moon Indigo”, che gli regalò la fama planetaria, ispirando milioni di persone in tutto il mondo. La stessa ispirazione che il pianista americano trovava nei suoi uomini e nella razza a cui apparteneva, lui che cercò sempre di “catturare i caratteri, i sentimenti e gli stati d’animo della mia gente” attraverso la scintilla creativa che lo ha reso immortale.
Difficile pensare a un altro come lui, nella storia della musica. Duke Ellington fa parte di una cerchia ristrettissima di maestri universali e senza tempo. Un privilegio che gli è valso una lista sterminata di riconoscimenti, la Medaglia Presidenziale della Libertà nel 1969 da parte degli Stati Uniti, la Legion d’Onore Francese nel 1973 in Francia e una valanga di Grammy Awards.
Oggi il suo corpo riposa nel Bronx, a New York. Ai suoi funerali, la cattedrale di St. John the Divine venne invasa da più di 12.000 persone, per lo più gente comune e appassionati della sua musica, oltre che da tanti colleghi. E quando fu la volta di ricordarlo in chiesa, Ella Fitzgerald riassunse il sentire di tutti in poche, semplici parole: “Oggi è un giorno molto triste… Ci ha lasciati un Genio”.

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